COSENZA
Nel Convento di Cosenza il P. Giovanni Maria da Genova, allora Visitatore Generale, volle sperimentare di persona le virtù del miracoloso frate di Bisignano ed alla presenza di molti confratelli, all’interno del refettorio, inveì contro di lui. Un giorno gli proibì addirittura di prendere parte alla celebrazione della messa e gli ordinò di recarsi a coltivare l’orto del convento e di rimanervi fino ad un suo nuovo ordine. Frate Umile, umilmente e senza proferir parola si sottomise all’obbedienza del superiore.
Però nel momento della consacrazione dell’ostia fu rapito in estasi e vi rimase fino a quando lo stesso Padre Giovanni, essendo stato informato dell’accaduto, non lo richiamò alla normalità.
A questo punto, il Visitatore comprese quali fossero le virtù di frate Umile ed, in quel preciso istante, prese la decisione di condurlo con sé, nei vari conventi in cui si sarebbe recato per la visita canonica. Si racconta che, un giorno, trovandosi nell’orto del convento di Cosenza, mentre lavorava la terra con un suo confratello, frà Vincenzo da Bisignano, il Servo di Dio percepì il desiderio di quest’ultimo di saziarsi di qualche fico di un albero poco distante. Frà Umile ripose la zappa, si avvicinò all’albero di fico e, raccolse alcuni frutti che diede al confratello dicendo: “Ecco li fichi che desideri: appaga il tuo desiderio”.
Frà Vincenzo, rimase stupefatto perché non aveva espresso il desiderio, continuando a lavorare; dopodichè mangiò i frutti.
Un altro capitolo della vita di Sant’Umile riguarda il breve periodo di sosta a Cosenza, durante i suoi ultimi anni, quando il padre guardiano, Bonaventura da San Severino, affidò il compito di aiutare il frate nelle faccende quotidiane a frà Antonio da Bisignano.
Il 5 giugno del 1618 il padre frà benedetto da Cutro, custode provinciale, mosso dal desiderio di constatare la virtù dell’obbedienza in frà Umile, lo convocò nel refettorio del convento di Maria di Costantinopoli e, dopo averlo aspramente e ripetutamente rimproverato, gli comandò di recarsi nel suo borgo natio, Bisignano, e di camminare per tutto il paese quasi nudo, coperto dalle sole mutande, con una corda intorno al collo ed una croce nelle mani, gridando alla gente di non credere in lui perché peccatore; esplicata la pubblica penitenza sarebbe dovuto recarsi al convento di San Francesco a San Lorenzo del Vallo.
Immediatamente il poverello si recò presso il convento francescano di Bisignano, dove lasciò in custodia il suo abito al guardiano ed uscì.
Mentre trascinava il suo corpo segnato dalle continue mortificazioni, la popolazione si commosse e lo seguì, nello stessa maniera di come era accaduto a Gesù Cristo sul Golgota, ma il frate continuò a camminava a camminare e arrivò alla via dove era ubicato il Seminario, dal quale si fece avanti il vescovo, Mario Orsini che, vedendolo in quelle condizione, gli pose addosso il suo mantello e lo fece ritirare nel convento, dal quale l’obbediente frate si mosse alle prime luci dell’alba del giorno seguente alla volta di San Lorenzo.
Durante il viaggio gli si avvicinò un pastore che gli chiede quale grave peccato avesse commesso quel frate che, il giorno precedente, si era pubblicamente fustigato e mortificato per le strade di Bisignano. Frate Umile comprese subito che il pastore non lo aveva riconosciuto e rispose che quel frate non aveva commesso alcun peccato e che si era comportato in quella determinata maniera, solo ed esclusivamente, per obbedire ad un comando di un superiore che lo aveva voluto mortificare.
Un giorno d’estate un visitatore della Provincia di Calabria giunse, attratto dalla fama di santità di frate Umile, nel convento con il solo scopo di appurare se quel che aveva udito corrispondesse a verità o fosse dovuto a suggestione popolare.Fece chiamare il frate e, dopo averlo rimproverato, gli comandò per la mattina seguente di disciplinarsi in refettorio, mangiare per terra e zappare l’orto fino a quando il campanello del refettorio non avrebbe suonato.
Il giorno successivo frà Umile eseguì il comando e si recò nell’orto iniziando a zappare la terra resa secca e dura dalla calura estiva ma, nel medesimo istante della consacrazione dell’ostia durante la messa, la campanella suonò e lui fu rapito in estasi rimanendo con la faccia rivolta al cielo e con la zappa alzata. Venne l’ora del pranzo e tutti i frati si riunirono per mangiare e a causa della confusione non si accorsero dell’assenza del povero frate finché, a pomeriggio inoltrato, lo trovarono ancora in estasi ed ustionato dai raggi solari e decisero di chiamare colui che gli aveva impartito il comando la sera precedente, il quale si rese conto della santità del frate e s’inginocchiò ai suoi piedi chiedendo perdono.
Una sera frà Umile e padre Dionigi da Canosa giunsero nel convento di Santa Maria di Costantinopoli. Il Padre si rese accorse che il devotissimo frate continuava i suoi esercizi spirituali anche durante le ore notturne ed, in estasi, predicava e pregava per tutto il genere umano.La notizia si diffuse rapidamente e, trascorsi alcuni giorni, molti gentiluomini di Cosenza si recarono in convento per vedere e sentire di persona il frate estatico predicare.
Una notte uno di questi si rivolse a Padre Dionigi chiedendogli di comandare al frate di predicare sul Vangelo.
Udito il comando del superiore, frate Umile iniziò la predica utilizzando un linguaggio così sapiente da lasciare tutti i presenti pieni di meraviglia di fronte all’eloquenza di quel povero fraticello.
Quando ebbe terminato la predica, il Servo di Dio ricominciò a ragionare con sé stesso sulle più alte ed ardue questioni teologiche.
Però nel momento della consacrazione dell’ostia fu rapito in estasi e vi rimase fino a quando lo stesso Padre Giovanni, essendo stato informato dell’accaduto, non lo richiamò alla normalità.
A questo punto, il Visitatore comprese quali fossero le virtù di frate Umile ed, in quel preciso istante, prese la decisione di condurlo con sé, nei vari conventi in cui si sarebbe recato per la visita canonica. Si racconta che, un giorno, trovandosi nell’orto del convento di Cosenza, mentre lavorava la terra con un suo confratello, frà Vincenzo da Bisignano, il Servo di Dio percepì il desiderio di quest’ultimo di saziarsi di qualche fico di un albero poco distante. Frà Umile ripose la zappa, si avvicinò all’albero di fico e, raccolse alcuni frutti che diede al confratello dicendo: “Ecco li fichi che desideri: appaga il tuo desiderio”.
Frà Vincenzo, rimase stupefatto perché non aveva espresso il desiderio, continuando a lavorare; dopodichè mangiò i frutti.
Un altro capitolo della vita di Sant’Umile riguarda il breve periodo di sosta a Cosenza, durante i suoi ultimi anni, quando il padre guardiano, Bonaventura da San Severino, affidò il compito di aiutare il frate nelle faccende quotidiane a frà Antonio da Bisignano.
Il 5 giugno del 1618 il padre frà benedetto da Cutro, custode provinciale, mosso dal desiderio di constatare la virtù dell’obbedienza in frà Umile, lo convocò nel refettorio del convento di Maria di Costantinopoli e, dopo averlo aspramente e ripetutamente rimproverato, gli comandò di recarsi nel suo borgo natio, Bisignano, e di camminare per tutto il paese quasi nudo, coperto dalle sole mutande, con una corda intorno al collo ed una croce nelle mani, gridando alla gente di non credere in lui perché peccatore; esplicata la pubblica penitenza sarebbe dovuto recarsi al convento di San Francesco a San Lorenzo del Vallo.
Immediatamente il poverello si recò presso il convento francescano di Bisignano, dove lasciò in custodia il suo abito al guardiano ed uscì.
Mentre trascinava il suo corpo segnato dalle continue mortificazioni, la popolazione si commosse e lo seguì, nello stessa maniera di come era accaduto a Gesù Cristo sul Golgota, ma il frate continuò a camminava a camminare e arrivò alla via dove era ubicato il Seminario, dal quale si fece avanti il vescovo, Mario Orsini che, vedendolo in quelle condizione, gli pose addosso il suo mantello e lo fece ritirare nel convento, dal quale l’obbediente frate si mosse alle prime luci dell’alba del giorno seguente alla volta di San Lorenzo.
Durante il viaggio gli si avvicinò un pastore che gli chiede quale grave peccato avesse commesso quel frate che, il giorno precedente, si era pubblicamente fustigato e mortificato per le strade di Bisignano. Frate Umile comprese subito che il pastore non lo aveva riconosciuto e rispose che quel frate non aveva commesso alcun peccato e che si era comportato in quella determinata maniera, solo ed esclusivamente, per obbedire ad un comando di un superiore che lo aveva voluto mortificare.
Un giorno d’estate un visitatore della Provincia di Calabria giunse, attratto dalla fama di santità di frate Umile, nel convento con il solo scopo di appurare se quel che aveva udito corrispondesse a verità o fosse dovuto a suggestione popolare.Fece chiamare il frate e, dopo averlo rimproverato, gli comandò per la mattina seguente di disciplinarsi in refettorio, mangiare per terra e zappare l’orto fino a quando il campanello del refettorio non avrebbe suonato.
Il giorno successivo frà Umile eseguì il comando e si recò nell’orto iniziando a zappare la terra resa secca e dura dalla calura estiva ma, nel medesimo istante della consacrazione dell’ostia durante la messa, la campanella suonò e lui fu rapito in estasi rimanendo con la faccia rivolta al cielo e con la zappa alzata. Venne l’ora del pranzo e tutti i frati si riunirono per mangiare e a causa della confusione non si accorsero dell’assenza del povero frate finché, a pomeriggio inoltrato, lo trovarono ancora in estasi ed ustionato dai raggi solari e decisero di chiamare colui che gli aveva impartito il comando la sera precedente, il quale si rese conto della santità del frate e s’inginocchiò ai suoi piedi chiedendo perdono.
Una sera frà Umile e padre Dionigi da Canosa giunsero nel convento di Santa Maria di Costantinopoli. Il Padre si rese accorse che il devotissimo frate continuava i suoi esercizi spirituali anche durante le ore notturne ed, in estasi, predicava e pregava per tutto il genere umano.La notizia si diffuse rapidamente e, trascorsi alcuni giorni, molti gentiluomini di Cosenza si recarono in convento per vedere e sentire di persona il frate estatico predicare.
Una notte uno di questi si rivolse a Padre Dionigi chiedendogli di comandare al frate di predicare sul Vangelo.
Udito il comando del superiore, frate Umile iniziò la predica utilizzando un linguaggio così sapiente da lasciare tutti i presenti pieni di meraviglia di fronte all’eloquenza di quel povero fraticello.
Quando ebbe terminato la predica, il Servo di Dio ricominciò a ragionare con sé stesso sulle più alte ed ardue questioni teologiche.
Tratta da G.B. Pacichelli: “Il regno di Napoli in prospettiva”. Napoli 1701