DONO DELLA PROFEZIA
Numerosi e grandi furono i doni elargiti da Dio al santo; basti pensare che solo invocando i nomi di Gesù e di Maria, riusciva ad intravedere chiaramente molte cose occulte o lontane nel tempo.
Era in grado di prevedere la malattia del confessore, o di saper cogliere i desideri e i comandi dei superiori, riusciva infine a segnalare pericoli immediati quando la gente, bisognosa del suo aiuto, ricorreva fiduciosa a lui. Sono molti gli episodi edificanti tuttora narrati dalla viva voce popolare, che trovano conferma nelle testimonianze dei Processi, riguardanti il dono di prevedere le cose future.
Elisabetta de Caro della città di Bisignano, per il tramite di un altro religioso, più volte chiese a frà Umile di pregare affinché il Signore le concedesse la grazia di essere liberata dalle infermità che la molestavano. Ma il frate non dava risposta alle ripetute richieste di aiuto e, solo quando il confratello gliene chiese con insistenza il motivo, frà Umile rispose: “La Signora si è dimenticata della grazia chiesta a Dio tante volte, di essere in questo mondo sottoposta ad infermità e dolori, per scampare l’inferno; di che si lagna adesso? Soffra e taccia” Riferita la risposta all’interessata, qusta confessò che quanto era stato dichiarato da frà Umile rispondeva a verità, ma che costui non poteva essere a conoscenza se non per illuminazione interiore, considerato che lei giammai aveva manifestato ad altri la preghiera in precedenza formulata.
Impressionante appare il modo in cui il santo profetizzò la morte della propria madre. Per obbedienza, frà Umile dovette recarsi un giorno dal convento di Bisignano a quello di San Fili, ma prima di partire, passò dalla casa paterna nel Rione di san Pietro e, appena vide la madre ebbe come un presagio secondo cui alla donna non rimanevano che solo poche ore di vita. Si preoccupò allora, senza allarmarla, di predisporla all’ultimo viaggio e, allo stesso tempo, l’avvertì di non salire per quel giorno, sugli alberi di gelso, dove solitamente raccoglieva la fronda necessaria per alimentare i bachi da seta; intuiva infatti che sarebbe caduta e che avrebbe perso la vita. Frà Umile s’incamminò verso la meta indicatagli dai superiori. La madre però non diede peso alle parole del figlio, essendo abituata, per averlo fatto più volte, ad effettuare la raccolta delle foglie di gelso per i bachi da seta. Quando alcune ore dopo, la madre diede inizio al suo lavoro e salì su uno di quegli alberi, il ramo, come era stato predetto, si spezzò e la donna, cadendo, morì sul colpo. Frà Umile era già molto distante dal luogo da cui era partito, ma, in quel momento, volgendosi indietro e facendo un segno della croce verso Bisignano, recitò a gran voce: “Requiem aeternam dona ei Domine” . Il compagno di viaggio gli chiese il motivo di quella preghiera e frà Umile, con voce grave e assorta, rispose: “sappiate che a questo punto è morta la mia buona madre, per essere caduta da un albero di gelso; ma deve stare pochi giorni nel Purgatorio”.
Frà Umile dimorava nel Convento di Pietrafitta, una cittadina nella quale a quel tempo erano presenti tre comunità religiose, dei Riformati, dei Cappuccini e dei Domenicani, quando un giorno discutendo del vantaggio spirituale proveniente dalla presenza di quei farti, il Santo disse che da lì a poco tempo non sarebbe stato così, perché sarebbe rimasta solo la famiglia dei Riformati. Le sue parole in effetti si avverarono perché, qualche anno dopo, il convento dei Cappuccini fu abbandonato dagli stessi frati, mentre quello dei Domenicani fu compreso nella soppressione innocenziana; solo il convento dei Riformati rimase operante nel paese e, tuttora, vi svolge un’azione benefica.
Una volta al sacerdote Don Giuseppe de Caro, suo concittadino, frà Umile predisse che sarebbe diventato vescovo di Bova, nella provincia di Reggio Calabria, ed a frà Bernardino di Bisignano annunciò che sarebbe diventato Procuratore Generale dell’Ordine, la qual cosa si verificò in effetti quaranta anni dopo.
Alla signora Angelica Loise di Bisignano annunciò che sarebbe diventata mamma di un bambino, al quale avrebbe dovuto imporre il suo nome di religione Umile; nato poi il bambino, il Santo tenendolo tra le braccia, gli annunciò che sarebbe diventato sacerdote e parroco dopo che, più volte, Dio l’avrebbe salvato dal fuoco. la madre infatti era vessata da una strana malattia, e varie volte lo lasciò cadere involontariamente tra le fiamme, ma il bambino rimase sempre incolume e, cresciuto negli anni, divenne sacerdote e parroco della chiesa di San Giovanni battista di Bisignano, nel Rione della Piazza.
Sempre alla Signora Loise, che nel frattempo aveva partorito altre tre femminee che il suocero Giovambattista Casentino guardava con diffidenza per la mancanza di un erede maschio, frà Umile annunziò che dà li a poco avrebbe partorito altri tre figli maschi, ma che il suocero non li avrebbe visti; ed anche questa profezia in effetti si avverò.
Di passaggio dalla città di Castrovillari, frà Umile chiese un pezzo di tela ad una donna per fasciare la ferita della mano del suo compagno di viaggio, frà Giuseppe da Riscaldo; la donna, generosamente, offrì un intero lenzuolo, ma frà Umile, ringraziandola per la generosità, soggiunse: “Conservatelo, che vi servirà per fasciare quel figlio che farete”. Poiché la donna era sta sterile per ben dodici anni, rimase sorpresa dalle parole del frate; tuttavia non passò molto tempo che ella rimase incinta e partorì un figlio e per fasciarlo si servì, appunto, delle bende ricavate da quel lenzuolo.
Si racconta che, una volta, trovandosi nell’orto del convento di Cosenza, mentre lavorava la terra con un confratello, frà Vincenzo da Bisignano, il Santo percepì il desiderio di costui di mangiare qualche frutto di un albero di fico che stava lì nei pressi; frà Vincenzo non espresse questo desiderio e continuò il suo lavoro nel campo; frà Umile, da parte sua, riposta la zappa, si avvicinò all’albero di fico e, dopo aver raccolto alcuni frutti, li diede al confratello dicendogli: “Ecco li fichi che desideri: appaga il tuo desiderio”, e frà Vincenzo, con grande meraviglia e stupore, mangiò quei frutti che il Santo aveva appena raccolto.
Un’altra volta, durante un viaggio nella Calabria Ulteriore, un religioso dello stesso Ordine, stando in compagnia di frà Umile, volendo accertarsi della sua santità di vita, ordinò mediante un comando interiore che, giunto ad un certo punto del cammino, non proseguisse oltre, ma si fermasse con le mani congiunte sul petto. Frà Umile eseguì quanto gli era stato richiesto col solo pensiero e, giunto al punto indicatogli, si fermò e si dispose con le mani sul petto, senza procedere oltre. Il confratello gli chiese allora il motivo di tale comportamento e frà Umile rispose: “Eseguisco Padre, quanto comandato mi avete”.
Un altro giorno, mentre era ospite nel convento di Sessa Aurunca e molte persone si erano recate presso di lui, attratte dalla fama di santità, il Santo, come al solito, era intento a discutere in presenza dei superiori di questioni teologiche e di argomenti importanti. Prima di congedare i convenuti e di impartire, come al solito, la benedizione richiesta, il viso amabile di frà Umile divenne tutto ad un tratto triste ed egli pronunciò parole assai severe: “Come volete che la benedizione divina scenda sopra di voi, se in mezzo a voi si trova chi tiene il cuore pieno di odio contro il prossimo e sta meditando il modo di vendicarsi? Dove abita il demonio non può trovarsi Dio“. Queste parole dure, pronunciate con risolutezza, ebbero come immediata conseguenza l’effetto tanto insperato quanto desiderato e, come folgorato da una luce divina, l’indiziato si gettò in ginocchio, piangendo, ai piedi di frà Umile, confessò il suo peccato e chiese anche lui una particolare benedizione.
Tanto grande fu, dunque, lo spirito profetico che alimentò l’azione del santo, unitamente anche al dono dei miracoli, da renderlo famoso non solo tra i contemporanei, ma da lasciarne traccia anche nella tradizione orale tant’è che tuttora si tramanda il racconto di questi fatti strepitosi che lo ebbero come protagonista.
Bibliografia. Umile da Bisignano, Luigi Falcone
Era in grado di prevedere la malattia del confessore, o di saper cogliere i desideri e i comandi dei superiori, riusciva infine a segnalare pericoli immediati quando la gente, bisognosa del suo aiuto, ricorreva fiduciosa a lui. Sono molti gli episodi edificanti tuttora narrati dalla viva voce popolare, che trovano conferma nelle testimonianze dei Processi, riguardanti il dono di prevedere le cose future.
Elisabetta de Caro della città di Bisignano, per il tramite di un altro religioso, più volte chiese a frà Umile di pregare affinché il Signore le concedesse la grazia di essere liberata dalle infermità che la molestavano. Ma il frate non dava risposta alle ripetute richieste di aiuto e, solo quando il confratello gliene chiese con insistenza il motivo, frà Umile rispose: “La Signora si è dimenticata della grazia chiesta a Dio tante volte, di essere in questo mondo sottoposta ad infermità e dolori, per scampare l’inferno; di che si lagna adesso? Soffra e taccia” Riferita la risposta all’interessata, qusta confessò che quanto era stato dichiarato da frà Umile rispondeva a verità, ma che costui non poteva essere a conoscenza se non per illuminazione interiore, considerato che lei giammai aveva manifestato ad altri la preghiera in precedenza formulata.
Impressionante appare il modo in cui il santo profetizzò la morte della propria madre. Per obbedienza, frà Umile dovette recarsi un giorno dal convento di Bisignano a quello di San Fili, ma prima di partire, passò dalla casa paterna nel Rione di san Pietro e, appena vide la madre ebbe come un presagio secondo cui alla donna non rimanevano che solo poche ore di vita. Si preoccupò allora, senza allarmarla, di predisporla all’ultimo viaggio e, allo stesso tempo, l’avvertì di non salire per quel giorno, sugli alberi di gelso, dove solitamente raccoglieva la fronda necessaria per alimentare i bachi da seta; intuiva infatti che sarebbe caduta e che avrebbe perso la vita. Frà Umile s’incamminò verso la meta indicatagli dai superiori. La madre però non diede peso alle parole del figlio, essendo abituata, per averlo fatto più volte, ad effettuare la raccolta delle foglie di gelso per i bachi da seta. Quando alcune ore dopo, la madre diede inizio al suo lavoro e salì su uno di quegli alberi, il ramo, come era stato predetto, si spezzò e la donna, cadendo, morì sul colpo. Frà Umile era già molto distante dal luogo da cui era partito, ma, in quel momento, volgendosi indietro e facendo un segno della croce verso Bisignano, recitò a gran voce: “Requiem aeternam dona ei Domine” . Il compagno di viaggio gli chiese il motivo di quella preghiera e frà Umile, con voce grave e assorta, rispose: “sappiate che a questo punto è morta la mia buona madre, per essere caduta da un albero di gelso; ma deve stare pochi giorni nel Purgatorio”.
Frà Umile dimorava nel Convento di Pietrafitta, una cittadina nella quale a quel tempo erano presenti tre comunità religiose, dei Riformati, dei Cappuccini e dei Domenicani, quando un giorno discutendo del vantaggio spirituale proveniente dalla presenza di quei farti, il Santo disse che da lì a poco tempo non sarebbe stato così, perché sarebbe rimasta solo la famiglia dei Riformati. Le sue parole in effetti si avverarono perché, qualche anno dopo, il convento dei Cappuccini fu abbandonato dagli stessi frati, mentre quello dei Domenicani fu compreso nella soppressione innocenziana; solo il convento dei Riformati rimase operante nel paese e, tuttora, vi svolge un’azione benefica.
Una volta al sacerdote Don Giuseppe de Caro, suo concittadino, frà Umile predisse che sarebbe diventato vescovo di Bova, nella provincia di Reggio Calabria, ed a frà Bernardino di Bisignano annunciò che sarebbe diventato Procuratore Generale dell’Ordine, la qual cosa si verificò in effetti quaranta anni dopo.
Alla signora Angelica Loise di Bisignano annunciò che sarebbe diventata mamma di un bambino, al quale avrebbe dovuto imporre il suo nome di religione Umile; nato poi il bambino, il Santo tenendolo tra le braccia, gli annunciò che sarebbe diventato sacerdote e parroco dopo che, più volte, Dio l’avrebbe salvato dal fuoco. la madre infatti era vessata da una strana malattia, e varie volte lo lasciò cadere involontariamente tra le fiamme, ma il bambino rimase sempre incolume e, cresciuto negli anni, divenne sacerdote e parroco della chiesa di San Giovanni battista di Bisignano, nel Rione della Piazza.
Sempre alla Signora Loise, che nel frattempo aveva partorito altre tre femminee che il suocero Giovambattista Casentino guardava con diffidenza per la mancanza di un erede maschio, frà Umile annunziò che dà li a poco avrebbe partorito altri tre figli maschi, ma che il suocero non li avrebbe visti; ed anche questa profezia in effetti si avverò.
Di passaggio dalla città di Castrovillari, frà Umile chiese un pezzo di tela ad una donna per fasciare la ferita della mano del suo compagno di viaggio, frà Giuseppe da Riscaldo; la donna, generosamente, offrì un intero lenzuolo, ma frà Umile, ringraziandola per la generosità, soggiunse: “Conservatelo, che vi servirà per fasciare quel figlio che farete”. Poiché la donna era sta sterile per ben dodici anni, rimase sorpresa dalle parole del frate; tuttavia non passò molto tempo che ella rimase incinta e partorì un figlio e per fasciarlo si servì, appunto, delle bende ricavate da quel lenzuolo.
Si racconta che, una volta, trovandosi nell’orto del convento di Cosenza, mentre lavorava la terra con un confratello, frà Vincenzo da Bisignano, il Santo percepì il desiderio di costui di mangiare qualche frutto di un albero di fico che stava lì nei pressi; frà Vincenzo non espresse questo desiderio e continuò il suo lavoro nel campo; frà Umile, da parte sua, riposta la zappa, si avvicinò all’albero di fico e, dopo aver raccolto alcuni frutti, li diede al confratello dicendogli: “Ecco li fichi che desideri: appaga il tuo desiderio”, e frà Vincenzo, con grande meraviglia e stupore, mangiò quei frutti che il Santo aveva appena raccolto.
Un’altra volta, durante un viaggio nella Calabria Ulteriore, un religioso dello stesso Ordine, stando in compagnia di frà Umile, volendo accertarsi della sua santità di vita, ordinò mediante un comando interiore che, giunto ad un certo punto del cammino, non proseguisse oltre, ma si fermasse con le mani congiunte sul petto. Frà Umile eseguì quanto gli era stato richiesto col solo pensiero e, giunto al punto indicatogli, si fermò e si dispose con le mani sul petto, senza procedere oltre. Il confratello gli chiese allora il motivo di tale comportamento e frà Umile rispose: “Eseguisco Padre, quanto comandato mi avete”.
Un altro giorno, mentre era ospite nel convento di Sessa Aurunca e molte persone si erano recate presso di lui, attratte dalla fama di santità, il Santo, come al solito, era intento a discutere in presenza dei superiori di questioni teologiche e di argomenti importanti. Prima di congedare i convenuti e di impartire, come al solito, la benedizione richiesta, il viso amabile di frà Umile divenne tutto ad un tratto triste ed egli pronunciò parole assai severe: “Come volete che la benedizione divina scenda sopra di voi, se in mezzo a voi si trova chi tiene il cuore pieno di odio contro il prossimo e sta meditando il modo di vendicarsi? Dove abita il demonio non può trovarsi Dio“. Queste parole dure, pronunciate con risolutezza, ebbero come immediata conseguenza l’effetto tanto insperato quanto desiderato e, come folgorato da una luce divina, l’indiziato si gettò in ginocchio, piangendo, ai piedi di frà Umile, confessò il suo peccato e chiese anche lui una particolare benedizione.
Tanto grande fu, dunque, lo spirito profetico che alimentò l’azione del santo, unitamente anche al dono dei miracoli, da renderlo famoso non solo tra i contemporanei, ma da lasciarne traccia anche nella tradizione orale tant’è che tuttora si tramanda il racconto di questi fatti strepitosi che lo ebbero come protagonista.
Bibliografia. Umile da Bisignano, Luigi Falcone