IL LIBERO ARBITRIO
Una sera si ritrovò a discutere con frà Dionigi al quale frate Umile rivelò che il Signore voleva essere servito dal questo padre, ma che la scelta di servirlo doveva avvenire senza costrizioni ed in assoluta libertà.Allora frà Dionigi replicò: “Come io resto libero, se Iddio vuol così determinatamente?”; gli rispose il Santo: “Questo è quello punto, che non possono intendere i teologi. Sapete come fa Dio col nostro libero arbitrio, a punto come fa quello Spirito che si muove per l’orologio e, con tutto che lui si muova, l’orologio sempre sta fermo, perché le ruote non si muovono; ma tanto si va muovendo quello Spirito che, giungendo a toccare un certo punticello, in quale tocca, si muovono in un tratto tutte le ruote grandi e picciole e l’orologio ancora. A proposito lo spirito dell’orologio ci significa la Gratia di Dio, che si muove eccitando. L’orologio è il libero arbitrio santo, le ruote solo le tre potenze interne dell’anima, intelletto, memoria e volontà, con tutte l’esterne. Per muoversi questo mistico orologio del nostro libero arbitrio, bisogna di continuo sia eccitato della divina gratia per sino che, giunge ad un certo termine di toccare qualche punto, il qual toccato, si muovono in un tratto le potenze interne ed esterne. Ma non per questo, ch’ha toccato lo Spirito nell’orologio quel punticello, ha mosso lui tutte le ruote grandi e picciole, perché le ruote si sono mosse da loro medesime, senza che siano mosse dallo Spirito dell’orologio. Così accade alla nostra volontà colla volontà di Dio; benché la Gratia divina tocchi un punto, dove sta attaccata la nostra volontà, non per questo viene mossa e forzata dalla volontà di Dio, ma da sé stessa volontariamente la volontà nostra si muove, quantunque può fare, che continuamente non si muova, quando viene toccato quel suo punto, atteso che Iddio l’ha creata libera. E per conseguenza, padre vi dico, che così liberamente Iddio vuol essere servito ed amato.” Allora padre Canosa: “Mentre Dio è così misericordioso, perchè dice che il peccatore solo giongerà alla metà dell’anni suoi, e poi morendo si dannarà; dunque pare che Dio manchi dalla sua infinita misericordia, avendoli dato maggiori anni, quali poi li leva e non li fa compire”. Gli rispose nuovamente il frate: “Questo non è difetto, né mancamento di Dio, ma il peccatore è quello che fa ogni cosa: lo dichiaro con questo esempio. Un padre manda un suo figlio in Napoli per studiare e che fra cinque anni studij e prenda il privilegio del dottorato; et acciò non pensi alli denari, come ha da vivere li fa una polisa di banco di cinquecento docati, che li bastano per compire tutto il corso del studio, ogn’anno pigliandosene cento scudi, mentre tutti questi danari stanno assegnati in faccia sua. Onde che fa il buon studente, incomincia a giocare et a darsi in preda alle disonestà e carnalità ed altri vitij e come doveva prendere il suo bisogno, che bene gli sopravanzavano cento scudi l’anno, per darsi a buon tempi, ne prende duecento e più docati ogni anno, e così non giunge alla metà del tempo, che tutti i ducati son finiti. Va al banchiere e li dice Signore datemi denari; li risponde Figliolo caro, sappia che sono finiti. Dimando io adesso, di chi è la colpa, del banchiere o dello studente, bisogna dire che senz’altro è dello studente, quale dovendo prendere il dovere, conforme il suo bisogno e non dissiparlo, non li son bastati sino alla metà del suo tempo.Così fa Iddio con altri, ad ognuno fa la polisa liquida e certa per il banco dell’infinita misericordia per tanti anni. Il peccator che fa? Comincia a far peccati e peccati e così ha bisogno di perdono, va e ricorre al banco della divina misericordia, dove sta la sua polisa, e Iddio subito sborza il denaro; torna a peccare, vuol il denaro e Dio subbito paga. Torna e fa tanti e tanti peccati che sono quasi infiniti. Ed Iddio sborza di nuovo il denaro. Finalmente ritorna a peccare, va al banco per il denaro e ritrova che la polisa è soddisfatta et in faccia sua non sta altro denaro.Dimando io adesso di chi è la colpa, di Dio o del peccatore? Bisogna conchiudere e dire ch’è del peccatore, ch’ave dissipato il suo dinaro, e non di Dio, quale sempre mantenne il decreto sodo di pagarsi quella somma di danari, che dal principio l’assignò in quella polisa li fece in faccia di quello al banco.Si che il difetto è del peccatore, che con i suoi peccati si parte dalli divini comandamenti, e non di Dio, che puntualmente l’osserva la polisa data”.