NAPOLI
Frate Umile nell’estate del 1621 partì per la prima per Roma, poiché il Papa aveva deciso di accertare di persona dei fenomeni soprannaturali che scandivano la vita del frate.
A questo periodo risale uno dei pochi scritti di frate Umile: si tratta di una lettera inviata alla sorella Livia da Napoli, datata 24 luglio 1621.La lettera recita così:“ Iesus. Sorella carissima, molto caro m’è stato l’aviso che mi ha dato mastro Vincenzo che per grazia di Dio la pasate tutti bene; io ancora per grazia di Dio la passo assai meglio, il che l’avisarete anco a tutti li nostri parenti salutandoli tutti da mia parte, che mi ricordo di raccomandarli a Dio; intorno al negozio di Maria che lei mi ha scritto, io ne ho sentito disgusto, non però ho mancato di raccomandarla a Dio, da dove ricevemo ogni consolazione (…) che fine mi raccomando a tutti, et la Santissima Trinità in nome della Passione di Giesù Nazzareno Signore Crocifisso et la Beata Vergine, et tutta la Corte Celeste vi benedica, et vi possi liberare di tutte le cose che sono contra Dio, et la Chiesa santa. Amen.
Da Napoli li 24 di luglio 1621. Fratello carissimo nel Signore Frat’Umile poverello di Bisignano”
Sul retro della lettera, conservata nell’Archivio della Postulazione dei Frati Minori in Roma, è riportata la seguente annotazione: “ A Livia Rotella mia sorella car.ma, N.I. la Guardia”.
Camminando un giorno per una stradina nei dintorni di Napoli, frate Umile si imbatté in alcuni fanciulli intenti a giocare spensierati fra di loro.Chiamò uno di loro, esortandolo a recitare una Ave Maria, alchè gli si avvicinò una donna che aveva assistito alla scena, dicendogli che quel ragazzino non era in grado di obbedirgli perché era sordo e muto fin dalla nascita.L’umile frate, allora, si rivolse nuovamente al fanciullo esortandolo nuovamente e, all’improvviso, una candida voce uscì dalla bocca di quest’ultimo, miracolato da Signore per mezzo di quel suo devotissimo Servo.
Un giorno il padre guardiano ordinò al cuoco del convento di cucinare un piccione per frà Umile, poiché aveva visto quest’ultimo talmente infermo e debilitato che il solo camminare gli risultava un martirio.Il cuoco, obbedientemente, preparò quanto indicatogli dal superiore e lo diede a frate Umile che ringraziò il Signore ed iniziò a consumare quel pasto, nonostante egli avesse fatto voto di non mangiare altro che pane e acqua per il proprio sostentamento, perché sapeva quale fosse la volontà del superiore a riguardo.
Il padre guardiano, intanto, si rivolse ad alcuni suoi confratelli invitandoli a recarsi nel refettorio, dove trovò l’umilissimo frate ancora intento a mangiare gli ultimi bocconi del pasto e, rivolgendovisi, disse: “Beh questo cibo è dè Riformati? Di questo cibo si nutriscono li servi penitenti di Cristo? E non ci vuole più, che voi frà Umile fate professione d’esser speciale e manciate carne delicata di piume? Oh poveraccio, com’ingannate il Mondo? Adesso avete scandalizzato questi frati.” Immediatamente il frate fu preso da un angoscioso senso di vergogna e pentimento e s’inginocchiò ai piedi del superiore, chiedendo perdono per il peccato commesso.
Nello stesso istante, però, veniva rapito in estasi e, rendendosene conto, il padre guardiano gli comandò di continuare a dialogare con Il signore, ma nello stesso tempo avrebbe dovuto rispondere ad alcuni quesiti sulla dottrina, ai quali le risposte non tardarono ad arrivare, lasciando stupefatti e pieni di meraviglia i vari confratelli presenti.
Era l’anno 1627 e il Santo era di famiglia nel Convento della SS Trinità, in Napoli. Padre Dionisio era venuto a visitarlo e s’intratteneva con lui in edificanti conversazioni di spirito.
Di tema in tema, il discorso cadde sulle insidie del Diavolo, quando all’improvviso. gli occhi del Santo furono attratti da una visione che parve disegnarsi al centro del soffitto.Non vedete dove sta il Demonio? domandò frate Umile, senza deviare lo sguardo dall’alto.Non lo vedo, rispose padre Dioniso.Eccolo là, replicò il servo di Dio levandosi in estasi.
Stando librato in aria, col viso disegnato da sentimenti di meraviglia attonita, il servo di Dio cominciò a battere col piede sul pagliericcio del letto.
Questo movimento misterioso che durava da qualche minuto finì per impressionare il padre che assisteva, il quale cominciò a tremare tutto, ma nonostante tutto, si fece forza e si dispose in ginocchio a pregare.
Perseverando nell’estasi, il servo di Dio chiudeva le palpebre e batteva le mani, quasi volesse allontanare l’invisibile uccello di sventura, finchè, composto tornò alla conversazione interrotta, dando al suo direttore questo avviso: “State attento e non abbiate paura perché i diavoli vi hanno minacciato. Se state in chiesa, non fuggite e, se state in cella, fuggite alla chiesa, che essi non vi potranno offendere”.
Il Demonio cercava infatti una rivincita su padre Dionisio che aveva esorcizzato un ossesso. Ma, prevenuto dal santo, da quel giorno il pio religioso stette in guardia, prolungando la preghiera notturna del coro, ogni volta che nel cuore si facesse sentire qualche allarme misterioso (1).
Un giorno le sue condizioni di salute peggiorarono così rapidamente e gravemente che i medici, visitatolo, affermarono che non era più possibile fare qualcosa per salvarlo: era giunta la sua ora.
Nonostante fosse talmente infermo il Santo continuava a levarsi regolarmente in estasi; un dì vi rimase per ben tre ore, alchè i frati pensarono che fosse giunta l’ora del suo trapasso e, quando tornò in sé, gli chiesero se avesse desiderato ricevere l’estrema unzione, sentendosi rispondere negativamente perché non v’era bisogno, lasciando presagire qualcosa che di lì a poco si sarebbe manifestata: due giorni dopo frà Umile recuperò appieno la salute e le forze.
Un caso simile accadde poco tempo più tardi, quando nuovamente i medici lo giudicarono sul punto di morire.
La notizia, in questo caso, non tardò a spargersi per tutta la città e numerosissimi cavalieri e nobili giunsero in convento per dare un ultimo saluto al frate che, tanto umilmente, aveva illuminato le loro anime con le sue preghiere incessanti e con le molteplici grazie.
Uno di essi esclamò: “Se morirà qui a Napoli questo fedelissimo Servo del Signore, io li voglio fare lavorare una cassa sontuosa di bronzo, acciò onoratamente e con grandissimo decoro vi ripos’il suo corpo”.
udite queste parole, tutti gli altri nobili iniziarono a dire che avrebbero organizzato un funerale maestoso, non riuscendo però a terminare di esprimere i loro propositi, perché l’umilissimo frà Umile si alzò dal suo giaciglio mettendosi faticosamente in piedi, con le bracci aperte ed il viso rivolto al cielo, dicendo: “Vi ringrazio mio Dio della gratia fatta” e ritornando nuovamente in posizione supina.
Uno dei presenti si rivolse al padre guardiano affinché ordinasse al frate di raccontare cosa fosse accaduto nel momento in cui si era sforzato di mettersi in piedi.
Il Servo di Dio, allora, iniziò: “Sappia, che io avendo sentito quanto loro dicevano in onore della mia morte e sepoltura, subbito venuto nella cognizione di me stesso, che non meritavo tanti onori, mi levai in piedi, senza che avese le forze, come si vidde, e sollevato in spirito umilmente pregai il Signore, che non m’avesse fatto morire in Napoli, affinché non ricevessi tanti onori, loro pretendevano farmi. E così il Signore della maestà s’è degnato concedermi la gratia, che non doverò morire altrimenti in Napoli.”
Non meno importante è quanto accaduto pochi giorni dopo, durante il periodo di convalescenza nei locali dell’infermeria del convento.
Pare che molte volte frà Gioseffo da San Martino avesse tentato di farlo ritrarre, senza fortuna, per conservare la sua effige ai posteri. In quei giorni inviò da frà Umile un pittore affinché lo ritraesse su tela. Il Servo di Dio, di ritorno dalla messa, venuto a conoscenza della volontà del superiore si ritirò nella sua cella, barricandovisi al suo interno.
Il superiore accorse immediatamente e volle entrare nella cella per discutere e, una volta entrato, frà Umile gli disse che solo le persone importanti come i principi, i re, i cardinali e i papi potevano farsi ritrarre su tela, ma non lui, povero e vile peccatore.
Un giorno padre Dionigi interrogò frà Umile sul Sacramento dell’Eucaristia, sentendosi rispondere: “Sappia padre che Cristo nostro Signore è il primo e sommo Sacerdote, e come tale consacrò nella cena, e fè il sacrificio transunstantiando la sustanza del pane nel suo purissimo e santissimo corpo, e quella del vino nel suo purissimo ed innocentissimo sangue. Dunque come primo e sommo sacerdote dovea prima lui consumare al sacrificio in sé stesso, comunicandosi e poi comunicare gl’apostoli e gl’altri”.
Una volta frà Umile e padre Dionigi giunsero al convento di santa Croce a notte inoltrata e si sedettero per cenare. Molti confratelli, attratti dalla sua fama, accorsero nel refettorio per ascoltarlo predicare; padre Dionigi, intento, per soddisfare il desiderio di questi ultimi, chiese al frate: “Dimmi frà Umile, qual è quell’opera insigne, nella quale maggiormente Iddio umanato Cristo signore nostro dimostrò il suo infinito amore e la sua sviscerata ed accesiva carità per l’uomo?”.
Il santo rispose: “ Non c’è dubbio alcuno ch’il santissimo Sacramento dell’altare rappresenta il sacrificio fatto su la croce; ma vi è differenza, perché nella Croce fu sacrificio cruento e nell’altare è incruento. Cristo posto in Croce, che rappresenta la sua santissima passione, cagiona all’uomo, non altro, solo, che muove a compassione chi lo desidera, e miracolo così appassionato, morto ed esangue. Ma il santissimo Sacramento dell’altare non solo, come rappresentativo della passione muove l’anima a compassione, ma ave di più per beneficio dell’uomo, che da questo si lascia toccare, manciare e farsi una stessa cosa con l’istesso uomo, come ci lo insegna lo stesso Cristo.
Talché in esso dimostra maggiormente il suo divino amore e sviscerata carità per beneficio dell’uomo”.
Da queste sue parole si comprende quanto fosse forte ed ardente la sua devozione verso quel sacramento e, a riprova di ciò, egli si comunicava ogni mattina seguendo sempre un rituale ben preciso: mentre si avvicinava all’altare egli diceva fra sé: “pensa anima mia che cosa devi fare e dire tu, andando nella presenza non d’un arca faederis, composta di legna e figura del sacrosanto tabernacolo, dove sta nascosto il Figliuolo di Dio sacramentato, ma vedi dinanzi nello stesso Dio umanato e sacramentato sotto la specie di pane e vino, vero Dio e vero uomo tuo creatore e signore e salvatore; non solo per stare avanti la sua divina presenza, come stanno gl’angioli del paradiso; ma per riceverlo nella tua bocca, per toccarlo colla tua lingua, per metterlo nel tuo stomaco, per metterlo nelle tue viscere, per trasnsustarti, et unirti tutta in lui; pensa, che sarà la tua dignità e l’amor infinito del tuo Iddio, che si degna venire nelle tue viscere, e si lascia manciare da te, per unirti seco e comunicarti le sue divine ricchezze”.
Dopodichè si comunicava e continuava la sua riflessione: “che cosa farò io per voi signore ora? Che cosa vi darò per questo gran beneficio, che voi m’avete fatto, degnandovi di venire in questo sepolcro, in questa cloaca, in questa feccia ed in questa latrina, parlando sempre con ogni riverentia della maestà vostra, o Signore, o Signore, o Signore, che farò? Che dirò, che gratie vi renderò? Che laude vi farò?”.
In occasione della sosta napoletana, di ritorno a Bisignano, dopo l’ultimo soggiorno a Roma, frate Umile richiese a frate Antonio di Galbano, Commissario Generale in Roma. il permesso di recarsi in missione evangelica.La richiesta fu rifiutata a causa dello stato cagionevole di salute di frà Umile, dovuto alla rigida disciplina francescana e ai continui digiuni a cui il Santo si sottoponeva. Proprio per le sue condizioni di salute che frà Umile sostò a Napoli, nel convento di Santa Croce, per prendere le cure necessarie.
Dovevo essere una sosta breve, ma si prolungò per quasi due anni fino a che frà Umile fece ritornò nella sua amata Calabria.
(1) I fioretti del B. Umile - Mons. Michele Dionisalvi
A questo periodo risale uno dei pochi scritti di frate Umile: si tratta di una lettera inviata alla sorella Livia da Napoli, datata 24 luglio 1621.La lettera recita così:“ Iesus. Sorella carissima, molto caro m’è stato l’aviso che mi ha dato mastro Vincenzo che per grazia di Dio la pasate tutti bene; io ancora per grazia di Dio la passo assai meglio, il che l’avisarete anco a tutti li nostri parenti salutandoli tutti da mia parte, che mi ricordo di raccomandarli a Dio; intorno al negozio di Maria che lei mi ha scritto, io ne ho sentito disgusto, non però ho mancato di raccomandarla a Dio, da dove ricevemo ogni consolazione (…) che fine mi raccomando a tutti, et la Santissima Trinità in nome della Passione di Giesù Nazzareno Signore Crocifisso et la Beata Vergine, et tutta la Corte Celeste vi benedica, et vi possi liberare di tutte le cose che sono contra Dio, et la Chiesa santa. Amen.
Da Napoli li 24 di luglio 1621. Fratello carissimo nel Signore Frat’Umile poverello di Bisignano”
Sul retro della lettera, conservata nell’Archivio della Postulazione dei Frati Minori in Roma, è riportata la seguente annotazione: “ A Livia Rotella mia sorella car.ma, N.I. la Guardia”.
Camminando un giorno per una stradina nei dintorni di Napoli, frate Umile si imbatté in alcuni fanciulli intenti a giocare spensierati fra di loro.Chiamò uno di loro, esortandolo a recitare una Ave Maria, alchè gli si avvicinò una donna che aveva assistito alla scena, dicendogli che quel ragazzino non era in grado di obbedirgli perché era sordo e muto fin dalla nascita.L’umile frate, allora, si rivolse nuovamente al fanciullo esortandolo nuovamente e, all’improvviso, una candida voce uscì dalla bocca di quest’ultimo, miracolato da Signore per mezzo di quel suo devotissimo Servo.
Un giorno il padre guardiano ordinò al cuoco del convento di cucinare un piccione per frà Umile, poiché aveva visto quest’ultimo talmente infermo e debilitato che il solo camminare gli risultava un martirio.Il cuoco, obbedientemente, preparò quanto indicatogli dal superiore e lo diede a frate Umile che ringraziò il Signore ed iniziò a consumare quel pasto, nonostante egli avesse fatto voto di non mangiare altro che pane e acqua per il proprio sostentamento, perché sapeva quale fosse la volontà del superiore a riguardo.
Il padre guardiano, intanto, si rivolse ad alcuni suoi confratelli invitandoli a recarsi nel refettorio, dove trovò l’umilissimo frate ancora intento a mangiare gli ultimi bocconi del pasto e, rivolgendovisi, disse: “Beh questo cibo è dè Riformati? Di questo cibo si nutriscono li servi penitenti di Cristo? E non ci vuole più, che voi frà Umile fate professione d’esser speciale e manciate carne delicata di piume? Oh poveraccio, com’ingannate il Mondo? Adesso avete scandalizzato questi frati.” Immediatamente il frate fu preso da un angoscioso senso di vergogna e pentimento e s’inginocchiò ai piedi del superiore, chiedendo perdono per il peccato commesso.
Nello stesso istante, però, veniva rapito in estasi e, rendendosene conto, il padre guardiano gli comandò di continuare a dialogare con Il signore, ma nello stesso tempo avrebbe dovuto rispondere ad alcuni quesiti sulla dottrina, ai quali le risposte non tardarono ad arrivare, lasciando stupefatti e pieni di meraviglia i vari confratelli presenti.
Era l’anno 1627 e il Santo era di famiglia nel Convento della SS Trinità, in Napoli. Padre Dionisio era venuto a visitarlo e s’intratteneva con lui in edificanti conversazioni di spirito.
Di tema in tema, il discorso cadde sulle insidie del Diavolo, quando all’improvviso. gli occhi del Santo furono attratti da una visione che parve disegnarsi al centro del soffitto.Non vedete dove sta il Demonio? domandò frate Umile, senza deviare lo sguardo dall’alto.Non lo vedo, rispose padre Dioniso.Eccolo là, replicò il servo di Dio levandosi in estasi.
Stando librato in aria, col viso disegnato da sentimenti di meraviglia attonita, il servo di Dio cominciò a battere col piede sul pagliericcio del letto.
Questo movimento misterioso che durava da qualche minuto finì per impressionare il padre che assisteva, il quale cominciò a tremare tutto, ma nonostante tutto, si fece forza e si dispose in ginocchio a pregare.
Perseverando nell’estasi, il servo di Dio chiudeva le palpebre e batteva le mani, quasi volesse allontanare l’invisibile uccello di sventura, finchè, composto tornò alla conversazione interrotta, dando al suo direttore questo avviso: “State attento e non abbiate paura perché i diavoli vi hanno minacciato. Se state in chiesa, non fuggite e, se state in cella, fuggite alla chiesa, che essi non vi potranno offendere”.
Il Demonio cercava infatti una rivincita su padre Dionisio che aveva esorcizzato un ossesso. Ma, prevenuto dal santo, da quel giorno il pio religioso stette in guardia, prolungando la preghiera notturna del coro, ogni volta che nel cuore si facesse sentire qualche allarme misterioso (1).
Un giorno le sue condizioni di salute peggiorarono così rapidamente e gravemente che i medici, visitatolo, affermarono che non era più possibile fare qualcosa per salvarlo: era giunta la sua ora.
Nonostante fosse talmente infermo il Santo continuava a levarsi regolarmente in estasi; un dì vi rimase per ben tre ore, alchè i frati pensarono che fosse giunta l’ora del suo trapasso e, quando tornò in sé, gli chiesero se avesse desiderato ricevere l’estrema unzione, sentendosi rispondere negativamente perché non v’era bisogno, lasciando presagire qualcosa che di lì a poco si sarebbe manifestata: due giorni dopo frà Umile recuperò appieno la salute e le forze.
Un caso simile accadde poco tempo più tardi, quando nuovamente i medici lo giudicarono sul punto di morire.
La notizia, in questo caso, non tardò a spargersi per tutta la città e numerosissimi cavalieri e nobili giunsero in convento per dare un ultimo saluto al frate che, tanto umilmente, aveva illuminato le loro anime con le sue preghiere incessanti e con le molteplici grazie.
Uno di essi esclamò: “Se morirà qui a Napoli questo fedelissimo Servo del Signore, io li voglio fare lavorare una cassa sontuosa di bronzo, acciò onoratamente e con grandissimo decoro vi ripos’il suo corpo”.
udite queste parole, tutti gli altri nobili iniziarono a dire che avrebbero organizzato un funerale maestoso, non riuscendo però a terminare di esprimere i loro propositi, perché l’umilissimo frà Umile si alzò dal suo giaciglio mettendosi faticosamente in piedi, con le bracci aperte ed il viso rivolto al cielo, dicendo: “Vi ringrazio mio Dio della gratia fatta” e ritornando nuovamente in posizione supina.
Uno dei presenti si rivolse al padre guardiano affinché ordinasse al frate di raccontare cosa fosse accaduto nel momento in cui si era sforzato di mettersi in piedi.
Il Servo di Dio, allora, iniziò: “Sappia, che io avendo sentito quanto loro dicevano in onore della mia morte e sepoltura, subbito venuto nella cognizione di me stesso, che non meritavo tanti onori, mi levai in piedi, senza che avese le forze, come si vidde, e sollevato in spirito umilmente pregai il Signore, che non m’avesse fatto morire in Napoli, affinché non ricevessi tanti onori, loro pretendevano farmi. E così il Signore della maestà s’è degnato concedermi la gratia, che non doverò morire altrimenti in Napoli.”
Non meno importante è quanto accaduto pochi giorni dopo, durante il periodo di convalescenza nei locali dell’infermeria del convento.
Pare che molte volte frà Gioseffo da San Martino avesse tentato di farlo ritrarre, senza fortuna, per conservare la sua effige ai posteri. In quei giorni inviò da frà Umile un pittore affinché lo ritraesse su tela. Il Servo di Dio, di ritorno dalla messa, venuto a conoscenza della volontà del superiore si ritirò nella sua cella, barricandovisi al suo interno.
Il superiore accorse immediatamente e volle entrare nella cella per discutere e, una volta entrato, frà Umile gli disse che solo le persone importanti come i principi, i re, i cardinali e i papi potevano farsi ritrarre su tela, ma non lui, povero e vile peccatore.
Un giorno padre Dionigi interrogò frà Umile sul Sacramento dell’Eucaristia, sentendosi rispondere: “Sappia padre che Cristo nostro Signore è il primo e sommo Sacerdote, e come tale consacrò nella cena, e fè il sacrificio transunstantiando la sustanza del pane nel suo purissimo e santissimo corpo, e quella del vino nel suo purissimo ed innocentissimo sangue. Dunque come primo e sommo sacerdote dovea prima lui consumare al sacrificio in sé stesso, comunicandosi e poi comunicare gl’apostoli e gl’altri”.
Una volta frà Umile e padre Dionigi giunsero al convento di santa Croce a notte inoltrata e si sedettero per cenare. Molti confratelli, attratti dalla sua fama, accorsero nel refettorio per ascoltarlo predicare; padre Dionigi, intento, per soddisfare il desiderio di questi ultimi, chiese al frate: “Dimmi frà Umile, qual è quell’opera insigne, nella quale maggiormente Iddio umanato Cristo signore nostro dimostrò il suo infinito amore e la sua sviscerata ed accesiva carità per l’uomo?”.
Il santo rispose: “ Non c’è dubbio alcuno ch’il santissimo Sacramento dell’altare rappresenta il sacrificio fatto su la croce; ma vi è differenza, perché nella Croce fu sacrificio cruento e nell’altare è incruento. Cristo posto in Croce, che rappresenta la sua santissima passione, cagiona all’uomo, non altro, solo, che muove a compassione chi lo desidera, e miracolo così appassionato, morto ed esangue. Ma il santissimo Sacramento dell’altare non solo, come rappresentativo della passione muove l’anima a compassione, ma ave di più per beneficio dell’uomo, che da questo si lascia toccare, manciare e farsi una stessa cosa con l’istesso uomo, come ci lo insegna lo stesso Cristo.
Talché in esso dimostra maggiormente il suo divino amore e sviscerata carità per beneficio dell’uomo”.
Da queste sue parole si comprende quanto fosse forte ed ardente la sua devozione verso quel sacramento e, a riprova di ciò, egli si comunicava ogni mattina seguendo sempre un rituale ben preciso: mentre si avvicinava all’altare egli diceva fra sé: “pensa anima mia che cosa devi fare e dire tu, andando nella presenza non d’un arca faederis, composta di legna e figura del sacrosanto tabernacolo, dove sta nascosto il Figliuolo di Dio sacramentato, ma vedi dinanzi nello stesso Dio umanato e sacramentato sotto la specie di pane e vino, vero Dio e vero uomo tuo creatore e signore e salvatore; non solo per stare avanti la sua divina presenza, come stanno gl’angioli del paradiso; ma per riceverlo nella tua bocca, per toccarlo colla tua lingua, per metterlo nel tuo stomaco, per metterlo nelle tue viscere, per trasnsustarti, et unirti tutta in lui; pensa, che sarà la tua dignità e l’amor infinito del tuo Iddio, che si degna venire nelle tue viscere, e si lascia manciare da te, per unirti seco e comunicarti le sue divine ricchezze”.
Dopodichè si comunicava e continuava la sua riflessione: “che cosa farò io per voi signore ora? Che cosa vi darò per questo gran beneficio, che voi m’avete fatto, degnandovi di venire in questo sepolcro, in questa cloaca, in questa feccia ed in questa latrina, parlando sempre con ogni riverentia della maestà vostra, o Signore, o Signore, o Signore, che farò? Che dirò, che gratie vi renderò? Che laude vi farò?”.
In occasione della sosta napoletana, di ritorno a Bisignano, dopo l’ultimo soggiorno a Roma, frate Umile richiese a frate Antonio di Galbano, Commissario Generale in Roma. il permesso di recarsi in missione evangelica.La richiesta fu rifiutata a causa dello stato cagionevole di salute di frà Umile, dovuto alla rigida disciplina francescana e ai continui digiuni a cui il Santo si sottoponeva. Proprio per le sue condizioni di salute che frà Umile sostò a Napoli, nel convento di Santa Croce, per prendere le cure necessarie.
Dovevo essere una sosta breve, ma si prolungò per quasi due anni fino a che frà Umile fece ritornò nella sua amata Calabria.
(1) I fioretti del B. Umile - Mons. Michele Dionisalvi