REGGIO CALABRIA
In Reggio Calabria avviene la rivelazione clamorosa della scienza teologica di frate Umile.
L’Arcivescovo, approfittando del passaggio del Santo per la città della Fata Morgana, aduna un rispettabile consesso di sacerdoti, sia secolari che regolari, esperti nelle discipline teologiche, per sottoporre ad un severo esame questo singolare frate che fa parlare di sé l’intera regione.Il servo di Dio si presenta all’agguerrito concilio come Gesù in mezzo ai dottori della legge: risponde e interroga.
I temi scelti ad oggetto d’esame sono fra i più spinosi. Si tratta, nientemeno, che della predestinazione e della Incarnazione del Verbo.Umile è preso sotto il fuoco di fila della domande, dei dubbi, delle obbiezioni che, una a una, gli accorti teologi sciorinano, come se si tratti di un vero e proprio esame di laurea.
Ma frate Umile non è più l’inesperto novizio che trema al solo pensiero dell’esame. Risponde con esattezza e con disinvoltura a ogni domanda, come se leggesse in un libro aperto.
E, siccome, pur nella vittoria, si sente tributario a Dio della scienza che gli fiorisce miracolosa sul labbro, di tanto in tanto s’interrompe per dire: “Io ho dato la risposta, ma, essendo ignorante, mi posso ingannare, mentre vostra Paternità, che è letterata e dotta, non si può ingannare” (1).
Da una questione si passa ad un’altra. Il tempo passa. L’esame si prolunga. E’ certamente un gusto ascoltare questo frate che sembra attingere pensieri e parole a una fonte inesausta che gli zampilla nell’anima.Terminato l’esame, sulla strada una vera folla di curiosi sosta da gran tempo in attesa di conoscere il miracoloso figlio di San Francesco.
Si pensa di far montare il Santo sulla carrozza dell’Arcivescovo per sottrarlo a ogni assalto importuno.
La carrozza riesce appena a farsi un varco fra la folla. Questa grida e protesta. Quando s’avvede che il contatto con il pio religioso è difficile, si vendica tagliuzzando le cortine della carrozza per farne reliquie.
Con questa vivace manifestazione di popolo si suggella la splendida prova offerta dal Santo ai suoi esaminatori (G).
Un giorno padre Dionigi da Canosa ragionando con un padre Ricupito della Compagnia di Gesù si trovò a difendere la natura divina delle estasi di frate Umile dagli attacchi ripetuti del padre Ricupito, il quale non credeva nella bontà di tali fenomeni e voleva dissuadere l’umilissimo frate Umile nel perpetuare il suo inganno.
Il Santo, avendo ascoltato l’accorata difesa, esclamò: “Mi dispiace grandemente che questo padre Ricupito stia ostinato a non credere la mia estase: e ciò è perché Iddio gli ave dato in castigo della sua incredulità, perseverando in questa sua ostinatione; perché avendo avuto segni sufficienti di credere la mia estase per vera e secura, e non avendola voluta credere: Iddio permesse, che via stia ostinato, a punto, come successe a San Tommaso apostolo incredulo, al quale dovendo bastare la testimonianza degl’altri apostoli della resurretione di Cristo nostro redentore, ed Iddio permesse, che stesse ostinato, mentre lui di più diceva, se non toccava colle proprie mani non lo credeva. Questo padre Ricupito ha gran scrupoli e starà peggio e non si sanarà mai, sin’a tanto che non depone questa sua falsa opinione, che tiene della sua estase. Ma Iddio lo può fare, che sani da questa sua infermità spirituale. Sa cosa vuol fare Vostra paternità, vada da questo padre Ricupito e dicagli, come da voi stesso, che mi metta la santo officio, poi che non crede la mia estase. E non gli dire niente da mi parte, e dicagli di più, che vostra paternità si compromette della mia volontà; ch’io pregarò S.D.M. sempre per lui, se farà questo contra me; perché ho grandissima fede in Dio, che mi farà restare vittorioso. Mentre può più il Creatore, che la creatura, al quale sommamente confido”.
Una sera si ritrovò a discutere con frà Dionigi al quale frate Umile rivelò che il Signore voleva essere servito dal questo padre, ma che la scelta di servirlo doveva avvenire senza costrizioni ed in assoluta libertà.
Allora frà Dionigi replicò: “Come io resto libero, se Iddio vuol così determinatamente?”; gli rispose il Santo: “Questo è quello punto, che non possono intendere i teologi. Sapete come fa Dio col nostro libero arbitrio, a punto come fa quello Spirito che si muove per l’orologio e, con tutto che lui si muova, l’orologio sempre sta fermo, perché le ruote non si muovono; ma tanto si va muovendo quello Spirito che, giungendo a toccare un certo punticello, in quale tocca, si muovono in un tratto tutte le ruote grandi e picciole e l’orologio ancora. A proposito lo spirito dell’orologio ci significa la Gratia di Dio, che si muove eccitando. L’orologio è il libero arbitrio santo, le ruote solo le tre potenze interne dell’anima, intelletto, memoria e volontà, con tutte l’esterne. Per muoversi questo mistico orologio del nostro libero arbitrio, bisogna di continuo sia eccitato della divina gratia per sino che, giunge ad un certo termine di toccare qualche punto, il qual toccato, si muovono in un tratto le potenze interne ed esterne. Ma non per questo, ch’ha toccato lo Spirito nell’orologio quel punticello, ha mosso lui tutte le ruote grandi e picciole, perché le ruote si sono mosse da loro medesime, senza che siano mosse dallo Spirito dell’orologio. Così accade alla nostra volontà colla volontà di Dio; benché la Gratia divina tocchi un punto, dove sta attaccata la nostra volontà, non per questo viene mossa e forzata dalla volontà di Dio, ma da sé stessa volontariamente la volontà nostra si muove, quantunque può fare, che continuamente non si muova, quando viene toccato quel suo punto, atteso che Iddio l’ha creata libera. E per conseguenza, padre vi dico, che così liberamente Iddio vuol essere servito ed amato.”
Allora padre Canosa: “Mentre Dio è così misericordioso, perchè dice che il peccatore solo giongerà alla metà dell’anni suoi, e poi morendo si dannarà; dunque pare che Dio manchi dalla sua infinita misericordia, avendoli dato maggiori anni, quali poi li leva e non li fa compire”.
Gli rispose nuovamente il frate: “Questo non è difetto, né mancamento di Dio, ma il peccatore è quello che fa ogni cosa: lo dichiaro con questo esempio. Un padre manda un suo figlio in Napoli per studiare e che fra cinque anni studij e prenda il privilegio del dottorato; et acciò non pensi alli denari, come ha da vivere li fa una polisa di banco di cinquecento docati, che li bastano per compire tutto il corso del studio, ogn’anno pigliandosene cento scudi, mentre tutti questi danari stanno assegnati in faccia sua. Onde che fa il buon studente, incomincia a giocare et a darsi in preda alle disonestà e carnalità ed altri vitij e come doveva prendere il suo bisogno, che bene gli sopravanzavano cento scudi l’anno, per darsi a buon tempi, ne prende duecento e più docati ogni anno, e così non giunge alla metà del tempo, che tutti i ducati son finiti. Va al banchiere e li dice Signore datemi denari; li risponde Figliolo caro, sappia che sono finiti. Dimando io adesso, di chi è la colpa, del banchiere o dello studente, bisogna dire che senz’altro è dello studente, quale dovendo prendere il dovere, conforme il suo bisogno e non dissiparlo, non li son bastati sino alla metà del suo tempo.
Così fa Iddio con altri, ad ognuno fa la polisa liquida e certa per il banco dell’infinita misericordia per tanti anni. Il peccator che fa? Comincia a far peccati e peccati e così ha bisogno di perdono, va e ricorre al banco della divina misericordia, dove sta la sua polisa, e Iddio subito sborza il denaro; torna a peccare, vuol il denaro e Dio subbito paga. Torna e fa tanti e tanti peccati che sono quasi infiniti. Ed Iddio sborza di nuovo il denaro. Finalmente ritorna a peccare, va al banco per il denaro e ritrova che la polisa è soddisfatta et in faccia sua non sta altro denaro.Dimando io adesso di chi è la colpa, di Dio o del peccatore? Bisogna conchiudere e dire ch’è del peccatore, ch’ave dissipato il suo dinaro, e non di Dio, quale sempre mantenne il decreto sodo di pagarsi quella somma di danari, che dal principio l’assignò in quella polisa li fece in faccia di quello al banco.Si che il difetto è del peccatore, che con i suoi peccati si parte dalli divini comandamenti, e non di Dio, che puntualmente l’osserva la polisa data”.
In un’altra occasione padre Canosa gli domandò se Lucifero, così come Dio ci assegna un angelo custode per indicarci la strada del bene, ci assegna un demonio per condurci, invece, sulla strada del peccato. Il frate rispose: Prima dovete sapere come stanno l’angiolo buono et il cattivo assistente all’uomo in quella guisa, che l’anima si trova in gratia o disgratia di Dio. Non sapete, dove sta l’angiolo buono e dove sta l’angiolo cattivo, assistenti all’uomo? Or dunque voglio dirlo io. Se l’anima sta in gratia di Dio, l’angiolo buono sta alla parte destra e l’angiolo cattivo alla parte sinistra: perché siccome la parte destra è più possente della sinistra ed ha maggior forza, così l’angiolo buono prevale sul cattivo, mentre tiene il dominio dell’anima. Ma se per avventura l’anima casca in peccato mortale, che si ritrova in disgratia di Dio, l’angiolo buono va vergognosamente alla parte sinistra ed il cattivo passa alla destra, per dimostrare che lui ha il dominio di quella povera ed infelice anima”.
Nel Convento di Reggio venne visitato dai medici e dichiarato spacciato a causa di una grave malattia, alchè si voltò verso la Croce chiedendo di poter rimanere in vita. Subito il Signore accolse la sua richiesta, restituendogli la salute.
Successivamente frà Umile confidò molte volte a Padre Dionigi che non avrebbe mai più chiesto una grazia simile al Signore, ma che si sarebbe accontentato di quello che Dio aveva in serbo per lui.
(1) Vita, morte e miracoli meravigliosi del devotissimo et umilissimo servo di Dio e di Maria Vergine frat’Umile da Bisignano- P. Giacomo da Bisignano.
(2) I fioretti del B. Umile da Bisignano - Mons. Michele Dionisalvi
L’Arcivescovo, approfittando del passaggio del Santo per la città della Fata Morgana, aduna un rispettabile consesso di sacerdoti, sia secolari che regolari, esperti nelle discipline teologiche, per sottoporre ad un severo esame questo singolare frate che fa parlare di sé l’intera regione.Il servo di Dio si presenta all’agguerrito concilio come Gesù in mezzo ai dottori della legge: risponde e interroga.
I temi scelti ad oggetto d’esame sono fra i più spinosi. Si tratta, nientemeno, che della predestinazione e della Incarnazione del Verbo.Umile è preso sotto il fuoco di fila della domande, dei dubbi, delle obbiezioni che, una a una, gli accorti teologi sciorinano, come se si tratti di un vero e proprio esame di laurea.
Ma frate Umile non è più l’inesperto novizio che trema al solo pensiero dell’esame. Risponde con esattezza e con disinvoltura a ogni domanda, come se leggesse in un libro aperto.
E, siccome, pur nella vittoria, si sente tributario a Dio della scienza che gli fiorisce miracolosa sul labbro, di tanto in tanto s’interrompe per dire: “Io ho dato la risposta, ma, essendo ignorante, mi posso ingannare, mentre vostra Paternità, che è letterata e dotta, non si può ingannare” (1).
Da una questione si passa ad un’altra. Il tempo passa. L’esame si prolunga. E’ certamente un gusto ascoltare questo frate che sembra attingere pensieri e parole a una fonte inesausta che gli zampilla nell’anima.Terminato l’esame, sulla strada una vera folla di curiosi sosta da gran tempo in attesa di conoscere il miracoloso figlio di San Francesco.
Si pensa di far montare il Santo sulla carrozza dell’Arcivescovo per sottrarlo a ogni assalto importuno.
La carrozza riesce appena a farsi un varco fra la folla. Questa grida e protesta. Quando s’avvede che il contatto con il pio religioso è difficile, si vendica tagliuzzando le cortine della carrozza per farne reliquie.
Con questa vivace manifestazione di popolo si suggella la splendida prova offerta dal Santo ai suoi esaminatori (G).
Un giorno padre Dionigi da Canosa ragionando con un padre Ricupito della Compagnia di Gesù si trovò a difendere la natura divina delle estasi di frate Umile dagli attacchi ripetuti del padre Ricupito, il quale non credeva nella bontà di tali fenomeni e voleva dissuadere l’umilissimo frate Umile nel perpetuare il suo inganno.
Il Santo, avendo ascoltato l’accorata difesa, esclamò: “Mi dispiace grandemente che questo padre Ricupito stia ostinato a non credere la mia estase: e ciò è perché Iddio gli ave dato in castigo della sua incredulità, perseverando in questa sua ostinatione; perché avendo avuto segni sufficienti di credere la mia estase per vera e secura, e non avendola voluta credere: Iddio permesse, che via stia ostinato, a punto, come successe a San Tommaso apostolo incredulo, al quale dovendo bastare la testimonianza degl’altri apostoli della resurretione di Cristo nostro redentore, ed Iddio permesse, che stesse ostinato, mentre lui di più diceva, se non toccava colle proprie mani non lo credeva. Questo padre Ricupito ha gran scrupoli e starà peggio e non si sanarà mai, sin’a tanto che non depone questa sua falsa opinione, che tiene della sua estase. Ma Iddio lo può fare, che sani da questa sua infermità spirituale. Sa cosa vuol fare Vostra paternità, vada da questo padre Ricupito e dicagli, come da voi stesso, che mi metta la santo officio, poi che non crede la mia estase. E non gli dire niente da mi parte, e dicagli di più, che vostra paternità si compromette della mia volontà; ch’io pregarò S.D.M. sempre per lui, se farà questo contra me; perché ho grandissima fede in Dio, che mi farà restare vittorioso. Mentre può più il Creatore, che la creatura, al quale sommamente confido”.
Una sera si ritrovò a discutere con frà Dionigi al quale frate Umile rivelò che il Signore voleva essere servito dal questo padre, ma che la scelta di servirlo doveva avvenire senza costrizioni ed in assoluta libertà.
Allora frà Dionigi replicò: “Come io resto libero, se Iddio vuol così determinatamente?”; gli rispose il Santo: “Questo è quello punto, che non possono intendere i teologi. Sapete come fa Dio col nostro libero arbitrio, a punto come fa quello Spirito che si muove per l’orologio e, con tutto che lui si muova, l’orologio sempre sta fermo, perché le ruote non si muovono; ma tanto si va muovendo quello Spirito che, giungendo a toccare un certo punticello, in quale tocca, si muovono in un tratto tutte le ruote grandi e picciole e l’orologio ancora. A proposito lo spirito dell’orologio ci significa la Gratia di Dio, che si muove eccitando. L’orologio è il libero arbitrio santo, le ruote solo le tre potenze interne dell’anima, intelletto, memoria e volontà, con tutte l’esterne. Per muoversi questo mistico orologio del nostro libero arbitrio, bisogna di continuo sia eccitato della divina gratia per sino che, giunge ad un certo termine di toccare qualche punto, il qual toccato, si muovono in un tratto le potenze interne ed esterne. Ma non per questo, ch’ha toccato lo Spirito nell’orologio quel punticello, ha mosso lui tutte le ruote grandi e picciole, perché le ruote si sono mosse da loro medesime, senza che siano mosse dallo Spirito dell’orologio. Così accade alla nostra volontà colla volontà di Dio; benché la Gratia divina tocchi un punto, dove sta attaccata la nostra volontà, non per questo viene mossa e forzata dalla volontà di Dio, ma da sé stessa volontariamente la volontà nostra si muove, quantunque può fare, che continuamente non si muova, quando viene toccato quel suo punto, atteso che Iddio l’ha creata libera. E per conseguenza, padre vi dico, che così liberamente Iddio vuol essere servito ed amato.”
Allora padre Canosa: “Mentre Dio è così misericordioso, perchè dice che il peccatore solo giongerà alla metà dell’anni suoi, e poi morendo si dannarà; dunque pare che Dio manchi dalla sua infinita misericordia, avendoli dato maggiori anni, quali poi li leva e non li fa compire”.
Gli rispose nuovamente il frate: “Questo non è difetto, né mancamento di Dio, ma il peccatore è quello che fa ogni cosa: lo dichiaro con questo esempio. Un padre manda un suo figlio in Napoli per studiare e che fra cinque anni studij e prenda il privilegio del dottorato; et acciò non pensi alli denari, come ha da vivere li fa una polisa di banco di cinquecento docati, che li bastano per compire tutto il corso del studio, ogn’anno pigliandosene cento scudi, mentre tutti questi danari stanno assegnati in faccia sua. Onde che fa il buon studente, incomincia a giocare et a darsi in preda alle disonestà e carnalità ed altri vitij e come doveva prendere il suo bisogno, che bene gli sopravanzavano cento scudi l’anno, per darsi a buon tempi, ne prende duecento e più docati ogni anno, e così non giunge alla metà del tempo, che tutti i ducati son finiti. Va al banchiere e li dice Signore datemi denari; li risponde Figliolo caro, sappia che sono finiti. Dimando io adesso, di chi è la colpa, del banchiere o dello studente, bisogna dire che senz’altro è dello studente, quale dovendo prendere il dovere, conforme il suo bisogno e non dissiparlo, non li son bastati sino alla metà del suo tempo.
Così fa Iddio con altri, ad ognuno fa la polisa liquida e certa per il banco dell’infinita misericordia per tanti anni. Il peccator che fa? Comincia a far peccati e peccati e così ha bisogno di perdono, va e ricorre al banco della divina misericordia, dove sta la sua polisa, e Iddio subito sborza il denaro; torna a peccare, vuol il denaro e Dio subbito paga. Torna e fa tanti e tanti peccati che sono quasi infiniti. Ed Iddio sborza di nuovo il denaro. Finalmente ritorna a peccare, va al banco per il denaro e ritrova che la polisa è soddisfatta et in faccia sua non sta altro denaro.Dimando io adesso di chi è la colpa, di Dio o del peccatore? Bisogna conchiudere e dire ch’è del peccatore, ch’ave dissipato il suo dinaro, e non di Dio, quale sempre mantenne il decreto sodo di pagarsi quella somma di danari, che dal principio l’assignò in quella polisa li fece in faccia di quello al banco.Si che il difetto è del peccatore, che con i suoi peccati si parte dalli divini comandamenti, e non di Dio, che puntualmente l’osserva la polisa data”.
In un’altra occasione padre Canosa gli domandò se Lucifero, così come Dio ci assegna un angelo custode per indicarci la strada del bene, ci assegna un demonio per condurci, invece, sulla strada del peccato. Il frate rispose: Prima dovete sapere come stanno l’angiolo buono et il cattivo assistente all’uomo in quella guisa, che l’anima si trova in gratia o disgratia di Dio. Non sapete, dove sta l’angiolo buono e dove sta l’angiolo cattivo, assistenti all’uomo? Or dunque voglio dirlo io. Se l’anima sta in gratia di Dio, l’angiolo buono sta alla parte destra e l’angiolo cattivo alla parte sinistra: perché siccome la parte destra è più possente della sinistra ed ha maggior forza, così l’angiolo buono prevale sul cattivo, mentre tiene il dominio dell’anima. Ma se per avventura l’anima casca in peccato mortale, che si ritrova in disgratia di Dio, l’angiolo buono va vergognosamente alla parte sinistra ed il cattivo passa alla destra, per dimostrare che lui ha il dominio di quella povera ed infelice anima”.
Nel Convento di Reggio venne visitato dai medici e dichiarato spacciato a causa di una grave malattia, alchè si voltò verso la Croce chiedendo di poter rimanere in vita. Subito il Signore accolse la sua richiesta, restituendogli la salute.
Successivamente frà Umile confidò molte volte a Padre Dionigi che non avrebbe mai più chiesto una grazia simile al Signore, ma che si sarebbe accontentato di quello che Dio aveva in serbo per lui.
(1) Vita, morte e miracoli meravigliosi del devotissimo et umilissimo servo di Dio e di Maria Vergine frat’Umile da Bisignano- P. Giacomo da Bisignano.
(2) I fioretti del B. Umile da Bisignano - Mons. Michele Dionisalvi