ROMA
L’ordine di recarsi a Roma fu dato dal Pontefice e giunse al Santo quando non aveva nemmeno finito l’anno di vita religiosa iniziato a Messina.
Il primo soggiorno romano di frà Umile seguì da vicino i brevi anni di pontificato di Gregorio XV (1621-23), il quale accolse con molta benevolenza il povero frate bisignanese. Nei suoi soggiorni romani, il Santo dimorò quasi sempre nel convento di San Francesco a Ripa.Il Papa aveva raccomandato ai Superiori di vagliarne la condotta, per scoprire da quale spirito egli fosse mosso.
Il corpo scarnito dalla penitenza, il volto trasfigurato dall’umiltà, l’anima consumata dall’amore: c’era chi scorgeva in lui la figura rinnovata del padre S. Francesco.
Il frate calabrese passava per lo più il suo tempo nella solitudine del chiostro. Non ne usciva che per recarsi in Vaticano o per fare la visita delle chiese.
Un giorno, poco mancò che la folla lo soffocasse con la sua ressa in frenabile. E allora fu deciso che, in compagnia di un altro fratello laico, egli facesse di notte la visita alle chiese e, per quanto possibile, evitasse i pubblici esercizi di devozione.L’obbedienza lo fece vittorioso e, svaniti i dubbi sulla sua persona, egli divenne il consigliere del Papa che amava discorrere e intrattenersi con lui sui più gravi affari, da solo a solo (1).
Non trascorse molto tempo dal suo arrivo che la fama dei suoi miracoli e delle sue estasi si diffuse in tutta Roma, arrivando anche in un convento si monache di Sant’Agostino dove era di dimora una monaca, nipote di un cardinale, gravemente inferma e molto sofferente.Ella mandò a chiamare, tramite l’intervento dello zio Cardinale, frà Umile il quale non si fece attendere e, giunto al capezzale dell’inferma, fu sopraggiunto da un fortissimo senso di compassione, alzò gli occhi al cielo ed iniziò a pregare il Signore affinché restituisse la salute alla povera monaca. Dopodichè fece il segnò della croce con il suo cordone verso l’inferma ed immediatamente ella si sanò, s’alzò in piedi e cominciò a camminare rendendo grazie al Signore e al suo miracoloso Servo.
Il Pontefice un giorno concesse al Santo l’assoluzione desiderata e gl’ingiunse la visita delle sette chiese, per l’acquisto delle indulgenze.Quando il servo di Dio fu di ritorno ai piedi del Pontefice, gli chiese quale grazie desiderasse.
Frate Umile, allora, rispose: “Padre Santo bisogna che la Santità Vostra provveda con questo cattivo cristiano con questo scellerato, mettendomi sotto terra, acciocché nessuno mi vegga, perché colla cattiva vita do a tutti cattivo esempio e, dove tutte le creature lodano e benedicono Iddio, io sono il solo che l’offendo”.
Il Papa si compiacque di cotanta umiltà gli chiese se amasse Dio. Il Servo di Dio rispose affermativamente ed il Papa aggiunse: “Ebbene, Iddio si contenta di questa volontà e vuole che tu cammini per il Mondo, acciocché il buon esempio ti abbia a convertire e ti stimoli ad amarlo e servirlo”.
Un giorno frà Umile stava camminando per le strade di Roma, accompagnato da frà Alberto da Firenze quando, giunto in prossimità di Montevallo, fu rapito in estasi e rimase sul ciglio della strada fermo, immobile.Una carrozza trainata da sei cavalli, intanto, si stava avvicinando al frate che, in quello stato, non udì il rumore degli zoccoli e delle ruote sul manto stradale.Il cocchiere non ebbe rispetto e pietà, incitò i cavalli e travolse il povero frà Umile che finì calpestato sia da questi che dalle ruote della pesante carrozza.Il Signore volle, però, che il suo Servo non solo non ricevesse nessuna offesa ma che rimanesse in piedi nella medesima posizione in cui si trovava prima dello scontro.
A questa visione tutti i presenti e soprattutto frà Alberto si riempirono di meraviglia e stupore.
Durante la permanenza nel Convento di San Francesco in Trastevere, il papa Gregorio XV era soggetto, a causa di una salute cagionevole, a frequenti malattie. In due occasioni fu giudicato sul punto di morire e si raccomandò alle potenti orazioni del frate francescano che, dopo aver pregato il Signore per la vita del pontefice, rivelò a quest’ultimo che Dio non avrebbe permesso di farlo morire a causa di quelle malattie. Il Papa, allora, provò grandissima consolazione al punto di confessare a sua cognata Lavinia, venuta a sincerarsi delle sue condizioni, che “Frà Umile m’ave detto che starò buono, senza aver pericolo di morire”. Così in effetti avvenne. Una terza volta il Papa si raccomandò al frate, ma questa volta Signore rivelò che sarebbe dovuto morire entro quindici giorni e così avvenne.
Il cardinal Ludovisio, nipote di papa Gregorio XV, si era ammalato gravemente al punto che il Vicario Generale Strozzi di Ravenna decise di convocare frà Umile e di raccomandare l’infermo alle sue preghiere.
Il Santo, obbedientemente, iniziò la sua orazione al Signore che gli rivelò che l’infermo non sarebbe morto. Non trascorse molto tempo che il cardinale si riprese completamente, con grande gioia di Sua Santità, il quale era stato precedentemente informato dal Vicario Generale di quanto accaduto.
Un giorno arrivò la notizia che la Puglia era stata funestata da una serie di tremendi terremoti e frate Umile, rivolgendosi ad un suo confratello, disse: “Ahi fratello, questi terremoti son stati ambasciatori di Dio”.
Pochi giorni dopo arrivarono notizie più dettagliate sui danni provocati dai terremoti: moltissima gente aveva perso la vita e molte case erano state abbattute dalla furia della natura, crollando sulla popolazione ed uccidendola.
Si raccontava, inoltre, che alcuni sfortunati avevano cercato di mettersi in salvo recandosi in campagna, poiché non vi doveva essere il pericolo che le case gli franassero addosso, ma una violenta tempesta li uccise tutti, affinché la loro superbia e i loro peccati fossero stati castigati, così come aveva predetto il frate francescano.
Un giorno il papa convocò frate Umile, che all’epoca dimorava nel Convento di san Francesco a Ripa, ma essendo quest’ultimo gravemente infermo e costretto a letto ed impossibilitato a muoversi a causa si svariati dolori e della febbre elevata, si rivolse al messo dicendogli di portare le sue infinite scuse al Pontefice, ma che per quel giorno non si sarebbero potuti incontrare a causa delle sue pessime condizioni di salute. Il messo eseguì quanto detto da frà Umile ed il Papa inviò subito una carrozza per prendere il frate e portarlo al palazzo, ma nello stesso istante che la carrozze si mosse alla volta di san Francesco a Ripa e senza che nessuno l’avesse informato sui comandi del Pontefice, frate Umile si rivolse al proprio confratello dicendo “Via fratello andiamo dal Papa, poiché vuole senz’altro, che io così infermo lo vadi a trovare in palaggio, che però adesso mi manda a pigliar con una carrozza. Vedete se frà Umile è uomo d’andar in carrozza? Quando mai v’andò? Un peccatore è degno d’esser onorato dal Papa, quale mandi a pigliarl’in carrozza?". Terminati i preparativi, uscì dal convento e faticosamente, passo dopo passo, si diresse verso il palazzo papale. Per strada incontrò la carrozza inviata a prenderlo ed il cocchiere lo invitò a salirvi, ma l’umilissimo Servo di Dio, nonostante l’insistenza, continuò imperterrito a camminare senza lasciarsi convincere, dando un’ulteriore prova della sua infinità umiltà.
Nel refettorio fu rapito in estasi, stringendo un suo confratello fra le braccia con tale forza che se non fosse arrivato tempestivamente il comando di un superiore di ritornare in sé e di allentare la presa l’avrebbe, involontariamente, fatto morire.
Un giorno gli si avvicinò un signore che gli chiese quanti anni fossero trascorsi da quando era entrato nella vita religiosa e lui rispose: “Signore li dico la verità, che da questa mattina ho fatto fermo proponimento d’esser religioso e per tanto da quest’ora medesima si tengo d’aver l’abito della religione”.Volle dimostrare con queste parole la sua profondissima umiltà facendo pubblica ammissione di essere stato un grande peccatore.
Mentre camminava per le strade di Roma alcune signore, particolarmente a lui devote, gli si avvicinarono chiedendogli di dove fosse originario.Il frate rispose che proveniva dalla terra, alchè le donne confuse chiesero ulteriori delucidazioni a riguardo sentendosi poi rispondere: “Tanto è io sono della terra e per conseguenza non posso chiamare d’altro luogo che della terra”.Tale risposta va interpretata con il desiderio di mostrasi umile fino in fondo, peccatore nell’animo, di non essere degno né della bontà del Signore né delle lodi e della devozione delle genti.Era restio, infatti, a qualsiasi forma di devozione nei suoi confronti, quantunque conoscesse i doni che il Signore gli aveva voluto donare; preferiva rimanere in disparte, in solitudine e contemplazione e, quando giungevano in convento alcuni principi, marchesi o vescovi desiderosi di conoscerlo, lui si nascondeva affinché non fosse trovato e lodato da quest’ultimi.
E più fuggiva dagli onori, più la gente comune lo amava e lo cercava, riconoscendo in lui una guida verso il Signore.
Discutendo con frà Bernardino da rende disse: “Sappia che questo modo adesso si tiene nella Riforma non mi piace, poiché altro non si fa che pigliar tanti luoghi e fondarci nuovi conventi delli quali è bisogno poi che cresce il numero dei frati ed aumentandosi la moltitudine di questi si diminuirà l’osservanza regolare, in particolare quella della povertà; il che grandemente mi sento dolore, conoscendo benissimo che nel fabbricare eccederanno li termini dell’altissima nostra povertà; attesochè non si faranno li conventi povari, come si dovrebbero fare, né li frati si contenteranno delle cose povare e poche, il Signore, per osservanza della loro Regola, li mandarà ma ne vorranno delle migliori e assai, che alle volte bisognerà loro ricorrere con danari, per averne de gl’altre, con grandissima perdita delle loro anime”.
Un giorno giunsero a Roma, con l’intento di sincerarsi delle sue condizioni, il fratello Francesco Mazzeo e il cognato Lelio di Rotella.Vedendoseli presentare davanti frà Umile chiede loro per quale motivo si trovassero così lontani dalle loro case e si sentì rispondere che erano venuti per salutarlo e per visitare i monumenti, i luoghi santi e le chiese di Roma.Frà Umile, allora, gli chiese cosa gli sarebbe piaciuto fare dopo aver finito il loro giro turistico e loro risposero che volevano vedere il Papa prima di ritornare a Bisignano.
Il frate accettò volentieri di esaudire tale desiderio, ma per alcuni giorni non gli possibile recarsi dal Pontefice e procurare un appuntamento; alchè il fratello gli disse ”è possibile, ch’ad un fratello non consoli? Io so benissimo che se tu avessi voluto averei subbito qui gionto il Papa, io col nostro cognato. Sappiatecelo a dire, se volete, che ci ritorniamo, senza tale gusto speciale, lo faremo e così vi lasceremo contento”. Subito il frate lo rassicurò e si diresse dal Papa al quale disse “Con vostra licenza santissimo Padre, li voglio dire due parole: sappia vostra beatitudine che qui in Roma è venuto mio fratello con mio cognato, quali desiderano veder la santità Vostra e perché lei si trova indisposta, l’ho detto che io li farò l’imbasciata di quanti loro bramano avere”.
Il Pontefice replicò “Dite pure frà Umile e dimandate quello che volete per codesti vostri parenti, ch’io volentieri farò, concedendoli e dandoli ogni cosa loro sono capaci e tengono bisogno”.Il frate allora non resistette e rispose: “Altro non pretendo dimandare, Santissimo Padre, che l’arricchirsi di doni spirituali, concedendoli alcuna quantità d’indulgenze e benedittioni per loro e suoi altri parenti”.Udite le parole pronunciate con tanta veemenza dal frate francescano, il Papa rimase colmo di stupore e meraviglia nel costatare ancora una ennesima volta la perfezione raggiunta da quel servo di Dio, che aveva scelto solo qualche indulgenza e qualche preghiera per i suoi parenti, quando poteva tranquillamente farli arricchire accogliendo l’invito del Pontefice e chiedere qualsiasi cosa.
Quindi frà Umile si diresse dai parenti, ai quali donò le indulgenze ottenute dal Papa, consigliando loro di abbandonare le cose terrene ed abbracciare con tutto se stessi la povertà.; dopodichè salutò e lasciò partire i due per il lungo e faticoso viaggio di ritorno a Bisignano.
Gregorio XV moriva nel luglio 1623. Come suo successore fu eletto il cardinale Maffeo Barberini che prese il nome di Urbano VIII (1623-1644).Nel cuore del santo ardeva la speranza di riprendere la vita di poverello laico, in qualche solitario convento della Calabria e dalla morte di Gregorio XV trasse l’occasione per chiedere ai Superiori il permesso di rientrare nella sua provincia.Qualche mese dopo, lo troviamo a Napoli, sulla via del ritorno. Qui egli dovette sostare un po’ di tempo per soddisfare alle istanze della nobiltà napoletana che si era rivolta ai Superiori dell’Ordine per conoscere ed avere fra di sé il santo frate.
Quando il Santo si disponeva a riprendere il viaggio verso la Calabria, un ordine del Nunzio apostolico lo richiamava a Roma: Urbano VIII desiderava nella città eterna il prodigioso frate calabrese.
La gravità e la molteplicità dei problemi di cui si annunziava carico il suo governo, avevano, forse, consigliato al Papa di avvantaggiarsi dell’illuminato consiglio e del miracoloso potere del figlio di San Francesco.Stabilitosi nuovamente a Roma, il Santo divenne frequentatore ricercato del palazzo apostolico, intrattenendosi in lunghe private udienze col Pontefice e sorreggendo con l’intercessione potente delle sue preghiere l’attività di Urbano VIII.Il frate calabrese trascorse a Roma i primi tre anni del Pontificato di Urbano VIII. Successivamente passò a Napoli dove trascorse il biennio 1626-1628.Tornato a Roma, nel giugno del 1629 fu trasferito, d’ordine del Papa, dal convento di S. Francesco a Ripa a quello di S. Isidoro, dove, però, si trattenne pochi mesi, perché il 21 marzo dell’anno successivo, fu trasferito nuovamente al convento di S. Francesco a Ripa.
Una tradizione vuole che il Santo abbia un giorno fatto sentire a Urbano VIII le campane che da secoli suonavano dal campanile della Riforma di Bisignano.Intanto una malattia belle ad ogni cura tormentava il corpo del frate votato da decenni alla più aspra penitenza e, fallito ogni tentativo dell’arte medica, i Superiori decisero di rimandare in Calabria il povero frate, nella speranza che l’aria nativa portasse sollievo alla sua salute.
Ma prima di lasciare Roma, egli volle visitare i santuari più celebri della città, per lucrare le Indulgenze poi, nel refettorio di S. Francesco a Ripa, inginocchiato dinnanzi a tutti i confratelli, volle chiedere perdono dei cattivi esempi dati e ringraziarli della carità usata alla sua indegna persona.
Frate Umile dava, così, nella primavera del 1630, il suo addio a Roma.
Vi sarebbe tornato dopo più di due secoli, nello splendore della Basilica vaticana, per essere acclamato prima Beato e successivamente Santo (3).
(1) (2) I fioretti del B. Umile da Bisignano - Mons. Michele Dionisalvi.
(G) I fioretti del B. Umile da Bisignano - Mons. Michele Dionisalvi
Il primo soggiorno romano di frà Umile seguì da vicino i brevi anni di pontificato di Gregorio XV (1621-23), il quale accolse con molta benevolenza il povero frate bisignanese. Nei suoi soggiorni romani, il Santo dimorò quasi sempre nel convento di San Francesco a Ripa.Il Papa aveva raccomandato ai Superiori di vagliarne la condotta, per scoprire da quale spirito egli fosse mosso.
Il corpo scarnito dalla penitenza, il volto trasfigurato dall’umiltà, l’anima consumata dall’amore: c’era chi scorgeva in lui la figura rinnovata del padre S. Francesco.
Il frate calabrese passava per lo più il suo tempo nella solitudine del chiostro. Non ne usciva che per recarsi in Vaticano o per fare la visita delle chiese.
Un giorno, poco mancò che la folla lo soffocasse con la sua ressa in frenabile. E allora fu deciso che, in compagnia di un altro fratello laico, egli facesse di notte la visita alle chiese e, per quanto possibile, evitasse i pubblici esercizi di devozione.L’obbedienza lo fece vittorioso e, svaniti i dubbi sulla sua persona, egli divenne il consigliere del Papa che amava discorrere e intrattenersi con lui sui più gravi affari, da solo a solo (1).
Non trascorse molto tempo dal suo arrivo che la fama dei suoi miracoli e delle sue estasi si diffuse in tutta Roma, arrivando anche in un convento si monache di Sant’Agostino dove era di dimora una monaca, nipote di un cardinale, gravemente inferma e molto sofferente.Ella mandò a chiamare, tramite l’intervento dello zio Cardinale, frà Umile il quale non si fece attendere e, giunto al capezzale dell’inferma, fu sopraggiunto da un fortissimo senso di compassione, alzò gli occhi al cielo ed iniziò a pregare il Signore affinché restituisse la salute alla povera monaca. Dopodichè fece il segnò della croce con il suo cordone verso l’inferma ed immediatamente ella si sanò, s’alzò in piedi e cominciò a camminare rendendo grazie al Signore e al suo miracoloso Servo.
Il Pontefice un giorno concesse al Santo l’assoluzione desiderata e gl’ingiunse la visita delle sette chiese, per l’acquisto delle indulgenze.Quando il servo di Dio fu di ritorno ai piedi del Pontefice, gli chiese quale grazie desiderasse.
Frate Umile, allora, rispose: “Padre Santo bisogna che la Santità Vostra provveda con questo cattivo cristiano con questo scellerato, mettendomi sotto terra, acciocché nessuno mi vegga, perché colla cattiva vita do a tutti cattivo esempio e, dove tutte le creature lodano e benedicono Iddio, io sono il solo che l’offendo”.
Il Papa si compiacque di cotanta umiltà gli chiese se amasse Dio. Il Servo di Dio rispose affermativamente ed il Papa aggiunse: “Ebbene, Iddio si contenta di questa volontà e vuole che tu cammini per il Mondo, acciocché il buon esempio ti abbia a convertire e ti stimoli ad amarlo e servirlo”.
Un giorno frà Umile stava camminando per le strade di Roma, accompagnato da frà Alberto da Firenze quando, giunto in prossimità di Montevallo, fu rapito in estasi e rimase sul ciglio della strada fermo, immobile.Una carrozza trainata da sei cavalli, intanto, si stava avvicinando al frate che, in quello stato, non udì il rumore degli zoccoli e delle ruote sul manto stradale.Il cocchiere non ebbe rispetto e pietà, incitò i cavalli e travolse il povero frà Umile che finì calpestato sia da questi che dalle ruote della pesante carrozza.Il Signore volle, però, che il suo Servo non solo non ricevesse nessuna offesa ma che rimanesse in piedi nella medesima posizione in cui si trovava prima dello scontro.
A questa visione tutti i presenti e soprattutto frà Alberto si riempirono di meraviglia e stupore.
Durante la permanenza nel Convento di San Francesco in Trastevere, il papa Gregorio XV era soggetto, a causa di una salute cagionevole, a frequenti malattie. In due occasioni fu giudicato sul punto di morire e si raccomandò alle potenti orazioni del frate francescano che, dopo aver pregato il Signore per la vita del pontefice, rivelò a quest’ultimo che Dio non avrebbe permesso di farlo morire a causa di quelle malattie. Il Papa, allora, provò grandissima consolazione al punto di confessare a sua cognata Lavinia, venuta a sincerarsi delle sue condizioni, che “Frà Umile m’ave detto che starò buono, senza aver pericolo di morire”. Così in effetti avvenne. Una terza volta il Papa si raccomandò al frate, ma questa volta Signore rivelò che sarebbe dovuto morire entro quindici giorni e così avvenne.
Il cardinal Ludovisio, nipote di papa Gregorio XV, si era ammalato gravemente al punto che il Vicario Generale Strozzi di Ravenna decise di convocare frà Umile e di raccomandare l’infermo alle sue preghiere.
Il Santo, obbedientemente, iniziò la sua orazione al Signore che gli rivelò che l’infermo non sarebbe morto. Non trascorse molto tempo che il cardinale si riprese completamente, con grande gioia di Sua Santità, il quale era stato precedentemente informato dal Vicario Generale di quanto accaduto.
Un giorno arrivò la notizia che la Puglia era stata funestata da una serie di tremendi terremoti e frate Umile, rivolgendosi ad un suo confratello, disse: “Ahi fratello, questi terremoti son stati ambasciatori di Dio”.
Pochi giorni dopo arrivarono notizie più dettagliate sui danni provocati dai terremoti: moltissima gente aveva perso la vita e molte case erano state abbattute dalla furia della natura, crollando sulla popolazione ed uccidendola.
Si raccontava, inoltre, che alcuni sfortunati avevano cercato di mettersi in salvo recandosi in campagna, poiché non vi doveva essere il pericolo che le case gli franassero addosso, ma una violenta tempesta li uccise tutti, affinché la loro superbia e i loro peccati fossero stati castigati, così come aveva predetto il frate francescano.
Un giorno il papa convocò frate Umile, che all’epoca dimorava nel Convento di san Francesco a Ripa, ma essendo quest’ultimo gravemente infermo e costretto a letto ed impossibilitato a muoversi a causa si svariati dolori e della febbre elevata, si rivolse al messo dicendogli di portare le sue infinite scuse al Pontefice, ma che per quel giorno non si sarebbero potuti incontrare a causa delle sue pessime condizioni di salute. Il messo eseguì quanto detto da frà Umile ed il Papa inviò subito una carrozza per prendere il frate e portarlo al palazzo, ma nello stesso istante che la carrozze si mosse alla volta di san Francesco a Ripa e senza che nessuno l’avesse informato sui comandi del Pontefice, frate Umile si rivolse al proprio confratello dicendo “Via fratello andiamo dal Papa, poiché vuole senz’altro, che io così infermo lo vadi a trovare in palaggio, che però adesso mi manda a pigliar con una carrozza. Vedete se frà Umile è uomo d’andar in carrozza? Quando mai v’andò? Un peccatore è degno d’esser onorato dal Papa, quale mandi a pigliarl’in carrozza?". Terminati i preparativi, uscì dal convento e faticosamente, passo dopo passo, si diresse verso il palazzo papale. Per strada incontrò la carrozza inviata a prenderlo ed il cocchiere lo invitò a salirvi, ma l’umilissimo Servo di Dio, nonostante l’insistenza, continuò imperterrito a camminare senza lasciarsi convincere, dando un’ulteriore prova della sua infinità umiltà.
Nel refettorio fu rapito in estasi, stringendo un suo confratello fra le braccia con tale forza che se non fosse arrivato tempestivamente il comando di un superiore di ritornare in sé e di allentare la presa l’avrebbe, involontariamente, fatto morire.
Un giorno gli si avvicinò un signore che gli chiese quanti anni fossero trascorsi da quando era entrato nella vita religiosa e lui rispose: “Signore li dico la verità, che da questa mattina ho fatto fermo proponimento d’esser religioso e per tanto da quest’ora medesima si tengo d’aver l’abito della religione”.Volle dimostrare con queste parole la sua profondissima umiltà facendo pubblica ammissione di essere stato un grande peccatore.
Mentre camminava per le strade di Roma alcune signore, particolarmente a lui devote, gli si avvicinarono chiedendogli di dove fosse originario.Il frate rispose che proveniva dalla terra, alchè le donne confuse chiesero ulteriori delucidazioni a riguardo sentendosi poi rispondere: “Tanto è io sono della terra e per conseguenza non posso chiamare d’altro luogo che della terra”.Tale risposta va interpretata con il desiderio di mostrasi umile fino in fondo, peccatore nell’animo, di non essere degno né della bontà del Signore né delle lodi e della devozione delle genti.Era restio, infatti, a qualsiasi forma di devozione nei suoi confronti, quantunque conoscesse i doni che il Signore gli aveva voluto donare; preferiva rimanere in disparte, in solitudine e contemplazione e, quando giungevano in convento alcuni principi, marchesi o vescovi desiderosi di conoscerlo, lui si nascondeva affinché non fosse trovato e lodato da quest’ultimi.
E più fuggiva dagli onori, più la gente comune lo amava e lo cercava, riconoscendo in lui una guida verso il Signore.
Discutendo con frà Bernardino da rende disse: “Sappia che questo modo adesso si tiene nella Riforma non mi piace, poiché altro non si fa che pigliar tanti luoghi e fondarci nuovi conventi delli quali è bisogno poi che cresce il numero dei frati ed aumentandosi la moltitudine di questi si diminuirà l’osservanza regolare, in particolare quella della povertà; il che grandemente mi sento dolore, conoscendo benissimo che nel fabbricare eccederanno li termini dell’altissima nostra povertà; attesochè non si faranno li conventi povari, come si dovrebbero fare, né li frati si contenteranno delle cose povare e poche, il Signore, per osservanza della loro Regola, li mandarà ma ne vorranno delle migliori e assai, che alle volte bisognerà loro ricorrere con danari, per averne de gl’altre, con grandissima perdita delle loro anime”.
Un giorno giunsero a Roma, con l’intento di sincerarsi delle sue condizioni, il fratello Francesco Mazzeo e il cognato Lelio di Rotella.Vedendoseli presentare davanti frà Umile chiede loro per quale motivo si trovassero così lontani dalle loro case e si sentì rispondere che erano venuti per salutarlo e per visitare i monumenti, i luoghi santi e le chiese di Roma.Frà Umile, allora, gli chiese cosa gli sarebbe piaciuto fare dopo aver finito il loro giro turistico e loro risposero che volevano vedere il Papa prima di ritornare a Bisignano.
Il frate accettò volentieri di esaudire tale desiderio, ma per alcuni giorni non gli possibile recarsi dal Pontefice e procurare un appuntamento; alchè il fratello gli disse ”è possibile, ch’ad un fratello non consoli? Io so benissimo che se tu avessi voluto averei subbito qui gionto il Papa, io col nostro cognato. Sappiatecelo a dire, se volete, che ci ritorniamo, senza tale gusto speciale, lo faremo e così vi lasceremo contento”. Subito il frate lo rassicurò e si diresse dal Papa al quale disse “Con vostra licenza santissimo Padre, li voglio dire due parole: sappia vostra beatitudine che qui in Roma è venuto mio fratello con mio cognato, quali desiderano veder la santità Vostra e perché lei si trova indisposta, l’ho detto che io li farò l’imbasciata di quanti loro bramano avere”.
Il Pontefice replicò “Dite pure frà Umile e dimandate quello che volete per codesti vostri parenti, ch’io volentieri farò, concedendoli e dandoli ogni cosa loro sono capaci e tengono bisogno”.Il frate allora non resistette e rispose: “Altro non pretendo dimandare, Santissimo Padre, che l’arricchirsi di doni spirituali, concedendoli alcuna quantità d’indulgenze e benedittioni per loro e suoi altri parenti”.Udite le parole pronunciate con tanta veemenza dal frate francescano, il Papa rimase colmo di stupore e meraviglia nel costatare ancora una ennesima volta la perfezione raggiunta da quel servo di Dio, che aveva scelto solo qualche indulgenza e qualche preghiera per i suoi parenti, quando poteva tranquillamente farli arricchire accogliendo l’invito del Pontefice e chiedere qualsiasi cosa.
Quindi frà Umile si diresse dai parenti, ai quali donò le indulgenze ottenute dal Papa, consigliando loro di abbandonare le cose terrene ed abbracciare con tutto se stessi la povertà.; dopodichè salutò e lasciò partire i due per il lungo e faticoso viaggio di ritorno a Bisignano.
Gregorio XV moriva nel luglio 1623. Come suo successore fu eletto il cardinale Maffeo Barberini che prese il nome di Urbano VIII (1623-1644).Nel cuore del santo ardeva la speranza di riprendere la vita di poverello laico, in qualche solitario convento della Calabria e dalla morte di Gregorio XV trasse l’occasione per chiedere ai Superiori il permesso di rientrare nella sua provincia.Qualche mese dopo, lo troviamo a Napoli, sulla via del ritorno. Qui egli dovette sostare un po’ di tempo per soddisfare alle istanze della nobiltà napoletana che si era rivolta ai Superiori dell’Ordine per conoscere ed avere fra di sé il santo frate.
Quando il Santo si disponeva a riprendere il viaggio verso la Calabria, un ordine del Nunzio apostolico lo richiamava a Roma: Urbano VIII desiderava nella città eterna il prodigioso frate calabrese.
La gravità e la molteplicità dei problemi di cui si annunziava carico il suo governo, avevano, forse, consigliato al Papa di avvantaggiarsi dell’illuminato consiglio e del miracoloso potere del figlio di San Francesco.Stabilitosi nuovamente a Roma, il Santo divenne frequentatore ricercato del palazzo apostolico, intrattenendosi in lunghe private udienze col Pontefice e sorreggendo con l’intercessione potente delle sue preghiere l’attività di Urbano VIII.Il frate calabrese trascorse a Roma i primi tre anni del Pontificato di Urbano VIII. Successivamente passò a Napoli dove trascorse il biennio 1626-1628.Tornato a Roma, nel giugno del 1629 fu trasferito, d’ordine del Papa, dal convento di S. Francesco a Ripa a quello di S. Isidoro, dove, però, si trattenne pochi mesi, perché il 21 marzo dell’anno successivo, fu trasferito nuovamente al convento di S. Francesco a Ripa.
Una tradizione vuole che il Santo abbia un giorno fatto sentire a Urbano VIII le campane che da secoli suonavano dal campanile della Riforma di Bisignano.Intanto una malattia belle ad ogni cura tormentava il corpo del frate votato da decenni alla più aspra penitenza e, fallito ogni tentativo dell’arte medica, i Superiori decisero di rimandare in Calabria il povero frate, nella speranza che l’aria nativa portasse sollievo alla sua salute.
Ma prima di lasciare Roma, egli volle visitare i santuari più celebri della città, per lucrare le Indulgenze poi, nel refettorio di S. Francesco a Ripa, inginocchiato dinnanzi a tutti i confratelli, volle chiedere perdono dei cattivi esempi dati e ringraziarli della carità usata alla sua indegna persona.
Frate Umile dava, così, nella primavera del 1630, il suo addio a Roma.
Vi sarebbe tornato dopo più di due secoli, nello splendore della Basilica vaticana, per essere acclamato prima Beato e successivamente Santo (3).
(1) (2) I fioretti del B. Umile da Bisignano - Mons. Michele Dionisalvi.
(G) I fioretti del B. Umile da Bisignano - Mons. Michele Dionisalvi
La chiesa ed il convento di Sant’Isidoro
Il convento e la chiesa di Sant’Isidoro, presso i quali Sant’Umile fu ospitato per un anno durante il suo soggiorno romano, furono disegnati dal Casoni ed incominciati in scala molto ridotta nel 1622. Appena un anno dopo la costruzione fu sospesa per mancanza di fondi.
Nel 1625 padre Luca Wadding fu incaricato dal Ministro Generale dell’Ordine francescano, frà Benigno da Genica, di prendere per la provincia francescana d’Irlanda l’opera non finita e gravata da numerosi debiti. In breve tempo il Wadding terminò la costruzione della chiesa ed ingrandì il piccolo convento che poteva alloggiare una dozzina di frati appena, sino a fargliene ospitare sessanta.
Il complesso è stato numerose volte ristrutturato e riadattato, ma un’ala di esso conserva ancora l’architettura tipica dei conventi del 1600; in particolare le celle di dimensioni molto ridotte e anguste, con porta d’ingresso molto bassa: è come se il tempo si fosse fermato ai tempi in cui frate Umile illuminava l’Umanità con la sua grazia e la sua immensa umiltà.
All’interno della Chiesa è presente un dipinto dal titolo “frà Umile in preghiera davanti alla Vergine con bambino”, risalente ala XIX secolo; inoltre vi è una piccola e stretta cella utilizzata dai frati come luogo di preghiera solitaria dove sono presenti due lapidi in marmo.
Nel 1625 padre Luca Wadding fu incaricato dal Ministro Generale dell’Ordine francescano, frà Benigno da Genica, di prendere per la provincia francescana d’Irlanda l’opera non finita e gravata da numerosi debiti. In breve tempo il Wadding terminò la costruzione della chiesa ed ingrandì il piccolo convento che poteva alloggiare una dozzina di frati appena, sino a fargliene ospitare sessanta.
Il complesso è stato numerose volte ristrutturato e riadattato, ma un’ala di esso conserva ancora l’architettura tipica dei conventi del 1600; in particolare le celle di dimensioni molto ridotte e anguste, con porta d’ingresso molto bassa: è come se il tempo si fosse fermato ai tempi in cui frate Umile illuminava l’Umanità con la sua grazia e la sua immensa umiltà.
All’interno della Chiesa è presente un dipinto dal titolo “frà Umile in preghiera davanti alla Vergine con bambino”, risalente ala XIX secolo; inoltre vi è una piccola e stretta cella utilizzata dai frati come luogo di preghiera solitaria dove sono presenti due lapidi in marmo.


